T&L: insieme nell’abisso

È stato un caso. Ero sul divano e giravo i canali. E su Paramount davano Thelma & Louise.
Manco lo sapevo. Era cominciato già da un pezzo, mi pare fosse poco prima che incontrino Brad Pitt…
Fatto sta che sono due giorni che ci penso.
Ascolto la colonna sonora di Zimmer (maledetto! Ma com’è che negli anni ’80 – ’90 le azzeccavi tutte? Rain Man, A proposito di Henry, Una vita al massimo, Thelma & Louise…. A te ti ha rovinato Il gladiatore!).
In questo esatto istante sto ascoltando una suite che ho trovato sul Tubo, non sono sicuro sia davvero un brano originale della colonna sonora, più probabile dei pezzi di essa messi insieme (la score originale è introvabile).

Ma che cacchio mi è successo rivedendo questo film?!
Mi era piaciuto sicuramente alla prima visione, anni fa, ma non mi era rimasto nella pelle (i brividi) come mi è successo l’altro ieri.
Penso e ripenso a quella sequenza finale. Percepisco il momento esatto in cui il mio cervello ha cominciato ad elaborare che stavolta lo stavo guardando in modo diverso, questo film, stavolta c’ero dentro, ero lì.
E le seguivo, ero con loro.

La ripresa dall’alto del deserto, con le auto della polizia che creano il fumo di polvere. Poco prima c’era stata quella magnifica scena in cui l’elicottero si alza in volo proprio davanti a loro, ferme dinanzi al burrone. Ecco, forse il mio cervello ha cominciato il lavoro poco prima, una o due scene prima: c’è questa inquadratura, sempre in una zona molto alta rispetto al canyon, vediamo la piccola auto correre sulla destra; esce dal campo e da dietro la montagna, lontano, spunta l’elicottero (e la musica si fa cupa).
Il sogno si sta per frantumare.
Appunto, poi l’elicottero davanti a loro, che si solleva. Il maschio non si è arreso. Gli hanno fatto mangiare la polvere fino a quel momento (e lo faranno nella pratica poco dopo), ma lui si risolleva, le domina ora.
Loro sono in basso, ferme con la loro decappottabile (una Ford Thunderbird del ’66) dinnanzi al precipizio, da cui emerge proprio l’elicottero: dall’abisso, dalla (futura) morte. Il maschio (“elicottero” è maschile, anche se solo nella nostra lingua) emerge dalla morte? È la morte?

Più che il discorso “donne che preferiscono la morte ad una vita dominata dal maschio”, più del messaggio femminista, ecco, c’è qualcosa che mi ha afferrato il cuore e sono due giorni che non mi lascia (se ripenso alla colonna sonora, poi, mi vengono i brividi senza neanche ascoltarla).
Ci sono queste inquadrature super ravvicinate delle espressioni prima di Thelma (quanto è bella Geena Davis in quello sguardo!) e poi di Louise; sono inquadrature molto mosse, sporche (volutamente: Ridley fino ad ora ha fatto un film pulitissimo, ordinato anche nei momenti più dinamici), che ci tengono ad avvicinarsi il più possibile ai visi delle due donne, quasi come se volessero entrare nelle loro menti attraverso i loro occhi, per farci afferrare le loro emozioni di quel momento, per farle diventare nostre (Ridley, ci riesci!).

Tu lo senti, quello che provano. Si guardano, e loro sanno.
È Thelma che dice di non fermarsi. Lei, che delle due è stata quella “debole”, ma che è sbocciata durante il corso del film. È lei quella che cambia, quella che aveva bisogno del viaggio per diventare la “matta”: Louise glielo dice, che è sempre stata matta, ma doveva tirarlo fuori. Louise era, in un certo senso, già matta, Thelma ha cominciato a diventarlo dopo il sesso con Brad Pitt: notare come da quel momento sembri quasi prendere in mano il viaggio, mentre fino ad allora era stata Louise la molla (le diceva pure cosa doveva fare, come con le telefonate al marito: «voglio che chiami tuo marito», lei vuole e l’altra obbedisce senza battere ciglio).
Thelma sorride quando dice a Louise di non fermarsi, ma il suo sorriso, lo vediamo chiaramente (la cinepresa ci ha fatto entrare nel suo cervello, nel suo cuore) trema, non è coraggioso, non è sicuro del tutto, non come abbiamo visto Thelma finora. Louise la guarda, ed è in lei che Thelma (e lo spettatore) ritrova la sicurezza: è Thelma a lanciare l’amo, ma deve sapere da Louise che non sta sbagliando, che anche lei è d’accordo, che sono matte entrambe, insieme. E Louise infatti ricambia con uno sguardo decisamente meno ansioso di quello di Thelma. E ora Thelma può saperlo, può vedere che il suo pensiero non è una follia solitaria. Perché anche la sua amica è d’accordo, perché lo faranno insieme.
Non sono più sole, possono farlo e lo faranno.

Vanno a morire. Lo sanno, lo vogliono. Spingere l’acceleratore sembra quasi un gioco, un gesto spericolato per vivere quell’unica, grande esperienza. Bisogna farlo, per crescere, perché quando pedali per la prima volta puoi cadere e sbucciarti le ginocchia, ma poi avrai imparato, e quindi ti rialzerai, pronta a pedalare ancora. La morte non sembra la fine, quindi, ma un’altra esperienza da compiere per maturare, un’altra caduta dalla bicicletta, per lasciarsi alle spalle un mondo brutto.
Il balzo fa meno paura perché sono in due a farlo. Sono d’accordo, sono sicure. Entrambe. In due.
Due amiche, non due amanti. Due persone che si amano, come amiche.

Quanto può essere potente un’amicizia (un’amicizia femminile? Non sono così sicuro che per i maschi possa essere la stessa cosa…). È questo che mi distrugge, di questo finale. La consapevolezza che stanno per morire, ma sono insieme e lo faranno. Stanno per vedere il nulla eterno, ma lo fanno. Lo sanno benissimo, e lo fanno.
Schiantarsi insieme però. Potenza atomica dell’amicizia.

Ho trovato un finale alternativo in cui si vede il percorso della macchina, non lo schianto ma la macchina che “vola” sul canyon, per poi abbassarsi pian piano (la scena è al rallenti, uno dei più belli della storia), verso terra.
(Fortunatamente) l’hanno tagliata prima: nel finale “vero” la macchina si blocca al centro dell’inquadratura, lo schermo diventa bianco (la luce?). L’auto è ancora lì, loro sono ancora lì, ferme a mezz’aria, lo saranno per sempre.
(Il finale alternativo includeva anche una scena un cui si vede l’auto procedere verso un monte, tipo corsa verso il paradiso… mmm, no.)

Mi piace pensare che il loro restare per sempre a mezz’aria non porti soltanto un messaggio politico (che comunque c’è).
Quello è un momento creato da un’amicizia potentissima: due persone hanno deciso di comune accordo di gettarsi nell’abisso.
Infine, insieme.
Due amiche, due donne amiche.

Il freeze-frame è una sorta di premio (da parte del regista, di Dio, del regista-dio, del dio-cinema… Il dio che premia il duo): la forza del loro legame le farà vivere in eterno, bloccandole lassù (e dentro di noi, per sempre).
Non è solo il coraggio di due donne contro il dominio del maschio (quanto sono inetti i maschi di questo film, incluso il personaggio di Keitel!), è la forza dell’amicizia che sconfigge tutto quanto, morte inclusa.

È questo che mi ha commosso e allo stesso tempo terrorizzato: Thelma e Louise lo sanno dove andranno, benissimo, ma non hanno (più) paura; la sentono (come è normale che sia) prima di prendere quella decisione, ma quando si guardano, si capiscono: «sì, andiamo» si dicono telepaticamente all’unisono, e la paura scompare.
Si tengono la mano, «andiamo insieme».

Siamo due, ma siamo insieme e ora siamo uno.
Uno solo, contro tutti, contro (il) tutto.
Mai più sole, un’unica cosa nell’abisso, bloccate per sempre, sempre insieme.

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