Punto fermo

In mezzo a così tante informazioni,
così tanti stimoli a cui stare dietro tutte le ore del giorno;
tante botte mentali che devi sopportare se vuoi stare al passo,
se vuoi rimanere sui binari di questo mondo irrefrenabile e continuamente affamato;
è che in mezzo a tutto questo,
tu mi dai la sensazione di poter finalmente fermarmi,
semplicemente respirare,
di avere un punto (fermo) in cui guardarsi
e guardare fuori,
fare le cose con calma ed aspettare che nulla accada.

È come stare nell’occhio del ciclone,
con tutto attorno che esplode e tu che mi trattieni,
non mi fai più pensare ai mostri che mi aspettano attorno, al vortice inarrestabile.
Tutto diventa semplice, controllabile:
quando sono nel vortice, la corrente mi trascina,
quando sei con me, sono io la corrente.

Tardi

Spesso, sempre più spesso, mi sento vecchio. Vecchio e tremendamente in ritardo. Mi sembra che ormai sia tardi, per me, per fare qualunque cosa, o quasi. Le belle occasioni, se sono passate, bisognava afferrarle prima, quando eri più giovane e avevi “l’età giusta” per fare certe cose. Non le hai afferrate, ed ora senti di averle perdute per sempre e che ormai non ne arriveranno più. Un’altra generazione si fa avanti, i giovani sono altri. Io non so bene cosa sono. Non sono davvero vecchio, ok, ma sono comunque troppo vecchio per tutta una serie di cose che “normalmente” una persona dovrebbe fare da “giovane”.

Quando manchi tanti “riti di passaggio”, o occasioni che normalmente si identificano con una certa età, rimani in un certo senso immaturo. Non credi davvero di essere adulto, credi di poter continuare a fare quelle cose che facevi prima, credi che sia normale sentirti ancora un ragazzino. Gli occhi si aprono quando vedi sempre più persone della tua età, magari che erano all’asilo con te, col posto fisso e dei bambini. Tu, che hai la loro età, ci rimani quasi male se provi a metteti nei loro panni: è molto facile farlo, di fatto, anche se non li hai frequentati, sei cresciuto come loro, e quindi con loro, hai affrontato le stesse fasi storiche, sei stato adolescente nei loro anni, ventenne nei loro anni. Eppure loro sono lì, tu invece sei ancora fermo.

Ogni tanto salta fuori la frase motivazionale tipo “ognuno ha i suoi tempi, non affrettare le cose, non paragonarti agli altri”. Tutto verissimo, per carità, ma non toglie quella cosa che, come sempre, ti accompagna in questa vita in cui l’empatia e i rapporti umani sembrano ormai roba vecchia: la solitudine. La sensazione sempre più viva di dover affrontare un viaggio senza cartina, senza esempi o guide, senza appigli di qualche tipo.

Chissà, magari fra dieci anni avrò capito che queste sono tutte cavolate. Dieci anni fa credo che nemmeno mi passasse per la testa di fantasticare su cosa sarebbe stato di me oggi. Era tutto troppo “in là” per poterci costruire una narrazione, anche banale. Il tempo è, ovviamente, passato troppo in fretta.
Forse, fra dieci anni, sarò ancora così, con le stesse domande, ma più consapevole che probabilmente è tutto qui, che non ci sono davvero delle tappe, ma che la vita è un susseguirsi di eventi per lo più casuali e che le esperienze che tu vivi dipendono molto anche dall’ambiente e dal tempo che la sorte ti ha lanciato addosso. Fortuna, casualità. Non tanto treni che passano e che devi capire se e quando prendere, quanto treni che forse sì, arrivano, ma forse no, forse non passano proprio dalla tua stazione. Forse nemmeno partono.

20..

(L’anno scorso ho fatto un resoconto lunghissimo di un decennio. Quest’anno mi pare giusto augurare buon anno scrivendo poco e niente.
Quindi è tutto qui).

Che poi – e scusate se dico una blasfemia – a me il 2020 ha dato anche cose belle.
Buon anno.

Battaglia al buio

Quanto (mi) conviene scrivere nei momenti bui? Quando sento quel fastidio al petto, quel dolore allo stomaco.
Quando cerco tra le pagine che pagine non sono, perché non c’è carta, e non c’è nemmeno materia, non c’è contatto tattile se non con lo schermo. Ma lo schermo non è la “pagina”, lo schermo è un pezzo di plastica, che non ha dentro altro che polimeri e altre diavolerie chimiche. E la pagina non è pagina, ha preso il suo nome da una cosa già esistente, perché oggi ci riferiamo a cose nuove con nomi vecchi, di cose vecchie ma diverse. Analizziamo le differenze, ogni tanto. Potrebbe farci bene.

Mi perdo, ancora, e ancora. E cerco compagnia.
Fossi vissuto in altri tempi (e fosse stato permesso di uscire di casa), mi vedrei bene vagare verso una bettola, pirata nella notte in cerca di qualcuno o qualcosa con cui placare questo senso di bisogno di non so cosa ancora.
Sarei stato un ubriacone? Se no, avrei sofferto cercando semplicemente di diventare amico di qualcuno che non esiste, tra le pagine di un libro? Mi sarei accontentato, anche qui, di una cosa meterialmente inesistente, solo mentale, ma utile a rifugiarsi lontano da un fastidio tutto fisico e cerebrale insieme?
Chissà come la pensavano, un tempo, di quelli che preferivano la compagnia di un libro a quella di un essere umano?
Che poi sto ancora paragonando due cose mortalmente diverse e distanti. Oggi nessuno se la prende più se ti perdi nella lettura. Forse perché nessuno legge più, e allora andrebbe bene qualsiasi cosa per “perdersi”, purché non lo si faccia con le droghe, o con quell’altra “cosa” non materiale, ma che pure droga è, che chiamiamo “rete” (anche qui: vogliamo analizzare il significato originale della parola e cosa è diventata per noi? Vogliamo?)

L’uomo ha bisogno di perdersi, evidente(mente). Cambiano i modi per farlo, ma alla fine vuole sempre essere in un posto diverso da quello in cui si trova fisicamente, realmente. Che ci si perda, con la mente; ci si allontani dal nostro interiore, che anche lì c’è un perdersi, ma un perdersi oscuro, da cui, si sa già da principio, si teme di non riuscire a tornare. Invece, sappiamo, ne siamo praticamente certi, che da quegli altri luoghi, dal bicchiere, dal digito, dall’ago, dal gioco, dal narrativo, dal guardare, dall’udire, sappiamo che torneremo. Ne siamo sicuri, appunto. Perché?
E se un giorno ti risvegliassi Dorian Grey? E se un giorno vedessi davanti a te il monolite di 2001? Questo non può essere, dici? Sei più sicuro di ciò che di poter ritornare dal viaggio nel buio che trattieni nelle viscere da quando si è risvegliata in te la capacità di dare un senso alle scene che hai nella testa. Non sarà che quel buio assomiglia a quell’altro buio, quello grosso, definitivo?

Umani di tutte le epoche hanno osato sputare fuori il buio nella scrittura. Io anche, stanotte, scrivo dal buio di una condizione che so momentanea, e proprio perché so che è momentanea, mi domando quanto di ciò che scrivo serva davvero nel disegno generale della maturazione.
La vita in fondo non è davvero crescere, è mantenere la forza di confrontarsi ogni santo giorno con le stesse, schifose incertezze. Resistere, battersi per restare vivo. Restare vivo per cosa? Perché speri che un giorno non dovrai più lottare con lo stomaco e il petto. Sì, quel giorno ci sarà, quel giorno potrai smettere di lottare. Ma non perché avrai ottenuto una qualche conoscenza superiore, avrai capito come stare al mondo senza che quel buio ti rovini le giornate. Non lotterai più perché il buio vincerà, e tu non potrai che seguirlo.
Rimarrà la lotta, forse, a qualcuno dopo di te, ma non è detto. Tu provaci, e ci proverai, a lasciare il segno delle tue battaglie sulla terra calpestata da qualcun altro. Non è forse questa la millenaria guerra di ognuno di noi? Lasciare un segno per qualcuno?

Ma non ci sei mai tu

Ma non ci sei mai tu
A fare quel che fanno tutti
Tanti sconosciuti
Più o meno stanchi e distrutti.

Ma non ci sei mai tu
Io che guardo e riguardo
Forse non ho visto,
Ho scrutato troppo in ritardo.

Ma non ci sei mai tu
Ad aspettare, alla stazione
Forse il binario era sbagliato
Forse lo era il vagone.

Ma non ci sei mai tu
A vedermi arrivare
Unico, vero spunto,
Luce da ammirare.

Giornate che sanno di te

Ci sono dei momenti della giornata in cui sento un bisogno fortissimo di scriverti. Di parlarti. Non so esattamente cosa ti dirò, meno ancora so se tu mi risponderai. So solo che vorrei scriverti, chiederti come stai. Perché mi interessa, perché voglio sperare di ricevere una tua risposta. È una cosa che mi fa sentire vivo, l’idea che tu ci sia, da qualche parte, e possa leggere il mio messaggio, e possa pensare a me anche per quel futile momento della lettura. Pensare bene, o male, o pensare che sono strano, poco importa. Certi giorni desidero così tanto farlo, che mi sembra di non volere altro, che non serva altro per continuare a respirare, a campare in questo mondo. Non so bene nemmeno che tipo di risposta potrei ricevere, qualsiasi andrebbe bene. O forse no, lo dico adesso perché sono qui, ma chissà, se mi risponderai, cosa potrei poi volere? Cosa vorrei sentirmi dire, e cos’è invece la realtà?

Basterebbe poco per farmi contento, alla fine: sentire che stai bene, e quattro minchiate per dimostrarlo. O perché no, anche che bene non stai, e cosa c’è che non va. Sarebbe brutto, certo, ma bello il pensiero che tu sei sincera con me, e non ti vergogni di dire quel che ti passa davvero per la testa.
Forse un giorno ce la farò, forse un giorno mi sveglierò.
Per adesso, vivo grazie a quel momento della tentazione di farlo, di scriverti. Vivo immaginandoti e pensandoti, e le mie giornate sanno di te.

Una mia breve sceneggiatura: “Puffo”

Quest’estate ho scritto tanto. Sono riuscito anche a riprendere a scrivere sceneggiature.
Il mio percorso precedente (e quello che attualmente sto cercando di far ripartire) riguardava il cinema e l’audiovisivo: ho studiato cinema all’università e ho girato tanti video e corti (alcuni – anche se non tutti: giro da quando avevo 16 anni, quelli fatti durante l’adolescenza non li vedrete MAI! – li trovate qui). Ho girato anche un lungo (questo).
Quest’estate l’ispirazione non è mancata. Avevo anche cominciato a scrivere una bozza per un nuovo film, ma mi sono bloccato. In compenso, mi sono trovato molto bene con le cose brevi (anche nella scrittura del blog è andata così).
La sceneggiatura che pubblico risale a luglio (data prima stesura: 12 luglio; seconda stesura, cioè riscrittura e correzione: 24 luglio).
Mi scuso se la formattazione del testo può risultare un po’ ostica, ma ho cercato di mantenere degli standard che assomigliassero il più possibile a quelli di una vera sceneggiatura, che ha delle precise regole tipografiche.

Per chi non fosse pratico, ecco una breve guida.
– Solitamente una scena inizia con la numerazione della stessa, indicando il luogo in cui si svolge (es. 1. GELATERIA). Se si svolge in un ambiente “al chiuso” si scrive “interno”, abbreviato INT. (es. 1. INT. GELATERIA), se “fuori” è esterno, EXT. (es. 1. EXT. MARCIAPIEDE).
Dividendo con una barra, si indica il momento temporale in cui si svolge la scena, come il giorno, il pomeriggio ecc. (es. 1. INT. GELATERIA/SERA).
– All’inizio di una scena si descrive più o meno il setting, la situazione in cui ci troviamo, partendo da sinistra. I dialoghi, invece, sono al centro del foglio, e sono preceduti dal nome del personaggio che dice la battuta. Nel mio caso, i protagonisti non hanno dei nomi precisi, per cui troverete ad esempio LUI o LEI, seguiti, andando a capo, dalla battuta che dicono. Il grassetto delle battute è un modo che uso io per evidenziare la parte dialogata, ma non è obbligatorio.
– Possono esserci delle parentesi in mezzo ai dialoghi: è il caso in cui si voglia rimarcare un’azione che un personaggio svolge mentre parla. Le possiamo scrivere proprio nel dialogo. Nel mio caso, ho scritto queste parti in corsivo per renderle più evidenti. Possono anche esserci delle azioni tra un dialogo e l’altro, al che si torna a scrivere a sinistra.
– Solitamente le scene, e quindi la numerazione e l’intestazione del luogo e del tempo in cui si svolgono, cambiano col cambiare del setting geografico. Ad esempio: se la prima scena, la numero 1, si svolge all’interno della gelateria, per cambiare scena bisognerà che l’azione si sposti all’esterno, o comunque in un altro luogo, al che partirà la scena numero 2.

Spero che il tutto sia abbastanza chiaro (ma vedrete che dopo pochi secondi di lettura ci avrete già fatto la mano).
Una sceneggiatura non (ancora?) realizzata scritta su un blog… Chissà, magari può essere un nuovo format!
Fatemi sapere che ne pensate.

PUFFO
di Alessandro Sala
luglio 2020

1. INT. GELATERIA/SERA
LUI entra. Il locale è per lo più vuoto. LEI è sola dietro al bancone e sta facendo alcuni conti su un block notes.

LEI
(tenendo la testa abbassata,
concentrata sul block notes)
Buonasera, mi dica pure.

LUI
Ciao.

LEI alza la testa, riconosce il ragazzo che le sta davanti. Appare sorpresa di vederlo.

LEI
Ciao!
(Breve pausa)
Che… Che sorpresa.

LUI
Come stai?

LEI
Io bene… cioè… Bene, sì… Tu?

LUI
Bene, dai, non c’è male.

LEI
(dopo un’altra breve pausa)
Scusa, cosa ti faccio?

LUI
Vediamo…
(guarda, o fa finta di
guardare, il listino sopra la testa
dalla ragazza) mmm… Ma tu hai
mai assaggiato il famoso Puffo? Di cosa sa?

LEI
Non lo so… Di… Puffo!

LUI
Sono commestibili, i Puffi?

LEI
(Sorridendo) Di solito è tipo
sapore vaniglia o fiordilatte, poi
ci mettono un colorante azzurro.
Alcuni aggiungono anche altra roba,
non so, anice…ma di solito se
chiedi che gusto è il Puffo, la
risposta è fiordilatte.

LUI
Ho capito. Informatissima.

LEI alza le spalle.

LUI
Allora vada per cono da 3 euro

vaniglia e fiordilatte.

LEI
Cioè…? Vuoi quelli o…?

LUI
Sì, scusa, scherzo…
Voglio dire Puffo, Puffo.

LEI
Ok, scusa.

LUI
Niente, scusa tu.

Mentre LEI prepara il gelato, c’è silenzio.

LUI
Belli gli occhiali.

LEI
Non ci vedo quando scrivo.

Un altro po’ di silenzio.

LUI
Io… C’è il cinema in piazza, qui

(indica con la testa dietro di sé).

LEI
Sì, vero.

LUI
Io… Tu… Dovresti venire qualche

volta… Magari quando stacchi…
Non lo so, sarebbe bello.

LEI
Sicuramente, però stacco

tardissimo. Stasera poi ci sono
solo io, ho le mani legate, lavoro
un sacco e ho dei turni di merda.

LUI
(quasi sottovoce) Sì, lo so.

LEI
(Lo osserva per un attimo) Lo sai?

C’è una sorta di pausa, un silenzio quasi straniante, e per un attimo pare che il ragazzo non abbia parlato affatto.

LEI
Scusa?

LUI
Nient
e.

LEI gli allunga il cono gelato.

LUI
Quant’è?

LEI
3
.

LUI
Ah sì sì, scusa, giusto.

LUI mette una banconota da 5 euro sul bancone. LEI tira fuori una moneta da 2 euro dalla cassa e glieli allunga insieme allo scontrino.

LUI
Allora grazie.

LEI
Grazie a te.

LEI sorride, LUI la guarda e sembra ipnotizzato.

LEI
Ah, e buon film!

LUI
Grazie… E tu, buon lavoro.

LEI
Grazie!

LUI
Spero… Cioè… Spero che ti vada

bene… Con gli orari, cioè con i
turni, insomma… Che riuscirai a
liberarti, a fare delle cose.

LEI
Grazie mille, speriamo. Sei gentile.

LUI accenna un sorriso maldestro e fa per andarsene. Con la mano che tiene il gelato fa un cenno di saluto con le dita.

LEI
Ciao.

LUI esce dalla gelateria, LEI torna a scrivere sul block notes.

2. EXT. MARCIAPIEDE/SERA
LUI si sta allontanando dalla gelateria. Ad un certo punto si blocca, pensieroso.

3. INT. GELATERIA/SERA

LEI sta scrivendo, quando improvvisamente si ferma. Pensa. Alza lo sguardo leggermente. Il suo viso ha un’espressione come dispiaciuta. Dopo un po’, tira fuori da sotto il bancone un foglio con scritti degli orari di lavoro. Poi, si toglie gli occhiali ed esce dal bancone.

4. EXT. MARCIAPIEDE/SERA
LUI è ancora fermo, bloccato e pensieroso. Si sente qualcuno avvicinarsi correndo, alla sue spalle.

LEI
Ehy!

LUI si gira, la guarda avvicinarsi di corsa.

LEI
Senti, credo che sia meglio giovedì
.

LUI
Giovedì?

LEI
Sì, giovedì ho visto che posso

saltare il turno… Posso staccare
alle 9… Se vuoi… Cioè se vai a
vedere un altro film…

LUI
(a malapena nasconde l’entusiasmo) Sì! Ehm…

LEI
(sorride) Ok, se vieni a prendere
un gelato, me lo prendo anche io
e poi andiamo a vedere il film.

LUI
Perfetto! Avevo proprio voglia di un gelato!

LEI
(quasi ridendo) Sì, però intanto
mangia quello, che ti si scioglie addosso!

LUI guarda la sua mano, il gelato sta colando. Alza la mano verso la bocca e comincia a leccarlo.

LEI
Dai, allora giovedì. Ciao!

LEI si volta e velocemente si allontana, LUI a malapena riesce a salutarla.
LUI appare felice. Vediamo il suo viso soddisfatto mentre la guarda rientrare al bar.

STACCO SU

5. EXT. MARCIAPIEDE/SERA
LEI è ancora al bancone, indossa gli occhiali e sta facendo i conti. È LUI ad osservarla da fuori. Il gelato nella mano è ancora tutto intero.
LUI sospira, deluso, come risvegliatosi da un sogno.

?FINE?


Solitudinoia

Ed eccola di nuovo. La noialitudine, o la solitudinoia. È così sbagliato non avere niente da fare il sabato pomeriggio? C’è una bella giornata, chiaramente, e tutti – almeno stando ai social – tutti sono da qualche parte.

Nessuno risponde ai miei messaggi o alle mie telefonate – sono comunque poche cose, anche perché io stesso mi rendo conto di poter apparire totalmente inadeguato e rompiballe. Quindi mi ritrovo di nuovo sul divano, a non capire bene se continuare a fissare lo schermo del telefono o provare a sforzarmi di leggere o guardare un film. Esiste là fuori qualcuno che ha il mio stesso problema? Che già chiamarlo problema è qualcosa, di fatto non dovrebbe esserlo: il tempo libero, così a lungo, così spesso, è fortuna, un lusso che nell’800 ci avrebbero invidiato. Eppure oggi sei un fallito se non hai nulla da fare, mentre sei una persona realizzata, di successo, se hai il tempo pieno di impegni e non ti si trova mai perché corri da una parte o dall’altra.

Non esiste – probabilmente – un sistema di vita che mi renderebbe soddisfatto, dato che non esiste, in questo tempo, la mezza via: o ti muovi senza mai fermarti, o stai fermo senza mai alzarti. La corsa non fa per me, ma nemmeno lo stare fermo. La prima mi porta allo sfinimento, al perdermi da qualche parte con la paura costante di non riprendermi più. Il secondo mi fa sentire solo, inutile, col costante bisogno di avere qualcuno accanto con cui parlare.

Chi pensa che ai solitari piaccia sempre stare da soli sbaglia: siamo comunque persone, e ogni tanto il contatto umano ci serve, ne abbiamo bisogno e a volte fa talmente male sentirlo che vorremmo tanto urlare alla finestra: «Ehy tu! Ascoltami, ti prego! Sono qui, sto aspettando un tuo contatto, un tuo pensiero, una tua parola». Invece non arriva mai nulla. E ti ritrovi a cercare – ancora una volta – in te stesso la magra consolazione di una compagnia tutta interiorizzata. O semplicemente ad aspettare che il tempo trascorra, che passi un’altra giornata monotona in attesa di momenti migliori. Che difficilmente arriveranno, eh.

Il sassolino

è diventato un sassolone,
accumulando torti e ingiustizie
e sfighe in generale,
quel sassolino ora è una pietra
non preziosa, un macigno pesante,
una roccia ingombrante,
è sempre più difficile liberarsene.

E a dire il vero, più s’ingrandisce meno vedo come possa uscire dalla scarpa.
Ma forse non devo toglierlo,
forse devo cambiare scarpe.