Vi sblocco un ricordo… audiovisivo: LOST IN GOOGLE

Dieci anni fa (2011) uscivano due webseries (= serie pubblicate sul web, in questo caso entrambe su YouTube) che a loro modo hanno definito una strada nuova ed alternativa nella realizzazione di prodotti audiovisivi in Italia.
Ve ne parlo in due articoli.

Nello scorso articolo vi ho parlato di Freaks! In questo, vi sblocco il ricordo di… LOST IN GOOGLE.

Lost in Google è una webseries interattiva: l’idea geniale dei The Jackal – gruppo di videomaker napoletani partiti da YouTube e diventati poi una vera e propria casa di produzione – è stata quella di sfruttare una delle caratteristiche della piattaforma per raccontare una storia. In questo caso, i commenti degli utenti sotto ogni episodio – i più simpatici ed originali – venivano presi in considerazione per sviluppare la trama stessa della serie: gli spettatori avevano quindi un ruolo attivo importantissimo, perché le loro interazioni su un episodio potevano servire a comporre la trama degli episodi successivi. Gli stessi commenti utilizzati venivano poi mostrati nell’episodio nel momento in cui gli eventi della storia ne seguivano i suggerimenti.

Si tratta quindi di una produzione ambiziosa e complessa, con una narrazione fluida che richiede non solo allo spettatore un coinvolgimento attivo, ma anche ai realizzatori una dedizione attenta e particolare.
Un lavoro che certamente non sarebbe stato possibile senza una certa “affiliazione” preventiva: nel 2011 i The Jackal erano già molto conosciuti su YouTube, pertanto potevano contare su un pubblico di fedelissimi pronti a partecipare a questo esperimento audiovisivo unico nel suo genere.

La complessità “tecnica” del prodotto è smorzata dal tono profondamente ironico e meta della serie, caratteristica da sempre marchio di fabbrica dei ragazzi della The Jackal.
Si parte da un “episodio 0” in cui si pongono le basi della storia: il protagonista Ruzzo Simone (in realtà si chiama Simone Russo, uno dei tanti blackout ironici dei Jackal) viene letteralmente risucchiato dentro la rete dopo aver cercato la parola “Google” sul motore di ricerca. Due suoi amici, Ciro (Ciro Capriello) e Proxy (Roberta Riccio) cercano di svelare il mistero che si cela dietro questa scomparsa. Da qui è un susseguirsi di incontri e avventure strampalate che prendono alla berlina tutte o quasi le caratteristiche del web di quegli anni: i meme, Twitter, le app di Google come Maps, i bug e le idiosincrasie della rete, ogni elemento che fino a quel momento ha caratterizzato il mondo di Internet viene smontato dai Jackal con una sagacia irresistibile.
Un sacco di ospiti e apparizioni inaspettate, tra i quali addirittura Roberto Giacobbo, Maccio Capatonda e Caparezza, fino a YoTobi e agli stessi interpreti di Freaks! (in una encomiabile collaborazione generazionale) arricchiscono un quadro originale e francamente abbastanza irripetibile.

Come accennato in precedenza, i The Jackal sono poi diventati molto altro: hanno saputo sfruttare il loro successo su YouTube per diventare una delle realtà audiovisive italiane più interessanti degli ultimi 15 anni.
Nel loro lunghissimo curriculum hanno all’attivo spot pubblicitari visibilissimi in tv, un lungometraggio per il cinema prodotto con Rai Cinema (dal titolo programmatico Addio Fottuti Musi Verdi), nonché una serie di produzioni spesso in collaborazione con la stessa azienda televisiva, realizzate per il Festival di Sanremo e altre manifestazioni importanti (non ultima la narrazione in tempo reale degli ultimi Europei di calcio, visibile su RaiPlay).
Quest’anno, a 10 anni esatti da Lost in Google, i The Jackal sono approdati anche su Netflix con la serie Generazione 56K, altra disamina sul mondo di Internet, ma con una visione più nostalgica.
I The Jackal sono insomma esempi viventi non solo di quanto il web possa essere proficuo se utilizzato con intelligenza, studio e tanto lavoro, ma anche di come la contemporanea produzione audiovisiva italiana non sia affatto priva di talento e possibilità.

Vi sblocco un ricordo… audiovisivo: FREAKS!

Dieci anni fa (2011) uscivano due webseries (= serie pubblicate sul web, in questo caso entrambe su YouTube) che a loro modo hanno definito una strada nuova ed alternativa nella realizzazione di prodotti audiovisivi in Italia.
Ve ne parlo in due articoli.

In questo, vi sblocco il ricordo di… FREAKS!

Freaks! (il punto esclamatico è proprio nel titolo) è una webserie il cui modello di riferimento è certamente la serialità televisiva anglosassone, in particolare la britannica Misfits. In essa, tematiche del genere supereroistico venivano trattate in maniera decisamente più “prosaica” e meno spettacolare rispetto ai coevi film Marvel e DC. I protagonisti erano infatti un gruppo di disadattati sociali che facevano i conti con super poteri spesso più imbarazzanti che cool, tra situazioni surreali quando non esilaranti e momenti estremamente drammatici e graficamente violenti.

Se tematicamente Freaks! si muoveva sulla stessa strada (tanto da omaggiare palesemente la serie di Howard Overman nel primo episodio della seconda stagione), il suo percorso produttivo era essai differente.
Fu infatti realizzata senza budget da una troupe di appassionati guidata da alcuni ragazzi romani, accumulati dall’essere dei noti YouTubers (= persone diventate celebri grazie a video caricati suoi loro canali YouTube: erano i primi tempi che queste personalità emergevano).
Troviamo infatti nomi come Guglielmo Scilla, in arte Willwoosh, Claudio Di Biagio, aka Non Aprite Questo Tubo, e Claudia “Cicciasan” Genolini, affiancati da giovani attori quali Ilaria Giachi e Andrea Poggioli. La regia era curata, oltre che dallo stesso Di Biagio, anche da Matteo Bruno, su YouTube Cane Secco.

Sfruttando anche la notorietà dei partecipanti come trampolino di lancio del progetto, fin dal primo episodio (pubblicato l’8 aprile 2011) Freaks! ha goduto di una prima stagione di grande successo, diventando un piccolo cult e un fenomeno manifesto di un web capace, ai tempi, di dare ampia voce anche alle produzioni dal basso.
Si può quasi affermare che da lì un po’ tutto il panorama di YouTube Italia sia cambiato. Se già in precedenza era stata tentata, attraverso la piattaforma, la via dell’autodistribuzione di titoli che aspiravano a competere con produzioni professionali di cinema e tv, fu con Freaks! che ne venne dimostrata la fattibilità.

Allo stesso tempo, Freaks! ha probabilmente segnato una linea divisoria tra un prima pieno di possibilità e un dopo più “chiuso”. Questo anche per via di un surplus di successive proposte, spesso di scarsa qualità e più alla ricerca di ricavi da partnership e sponsor (YouTube diventerà in breve tempo molto più severa a riguardo).
L’arrivo massiccio delle grandi distribuzioni dell’industria culturale sulla piattaforma ha poi fatto il resto.

La seconda stagione di Freaks! è già un segnale del cambiamento in atto: non più prodotto zero budget artigianale, ma inserita in logiche produttive molto più “classiche” – tra le altre cose, DeeJay TV (e quindi televisione in chiaro) che trasmette le puntate in contemporanea con l’uscita web.
La complessità raggiunta sul lato produttivo – ma anche narrativo – hanno forse scoraggiato un proseguo, nonostante fan e spettatori.

Ad oggi, Freaks! resta un progetto ammirevole, una proposta audiovisiva dal basso alternativa per molti aspetti – produttivo, distributivo, narrativo – ai modelli dei tempi (ricordiamo: era il 2011).
L’impressione è però che la sua lezione non sia stata molto seguita, che non abbia avuto epigoni. E che rischi di finire nel dimenticatoio, il che sarebbe un vero peccato.

Nel prossimo articolo: LOST IN GOOGLE.

The Lost Generation II

La mia generazione sembra proprio sia stata cancellata dall’esistenza della Storia.
Quando paragonavano i millennial alla lost generation forse avevano ragione. Siamo la generazione perduta del nuovo secolo, ed è paradossale che ci abbiano dato questo appellativo, “millennials“, perché leggendolo sembrerebbe qualcosa di epico, di straordinario, di strafico.

La prima generazione di Internet, la generazione della rivoluzione digitale, dei social… e dello schifo supremo che due generazioni hanno deciso di scaricarle addosso.
Reputo più colpevoli gli X dei boomer: non hanno mai fatto la loro rivoluzione, sono stati attaccati al culo dei padri facendo finta per un po’ di criticarli per poi correre a chiamarli piangenti quando la situazione diventava (per loro) insostenibile. Figli della bambagia, cresciuti con privilegi e tv spazzatura (in molti casi siamo diventati come loro).
Noi abbiamo subito un grosso trauma: quello di vederci tolto il futuro, quello di essere cresciuti con le più grosse aspettative di sempre, poi neanche disilluse, proprio strappate via, disintegrate, scomparse da un giorno all’altro. Non abbiamo voce, non esistiamo.

Nessuno si (pre)occupa di noi, noi per primi ce ne freghiamo di noi stessi.
Non abbiamo valore, al massimo siamo una folata di vento di 5 secondi sentita per caso ed etichettata come “rottura di balle”, per poi tornare nel dimenticatoio, nel secchio di merda.
Invisibili, ma soprattutto inutili. Inutili al sistema, al progresso dell’umanità, al mondo.
Ci hanno fatti fuori prima che potessimo accorgercene e alzare la voce.
E siamo stati ingenui e poco svegli noi a non capirlo in tempo.

Chi salverà questo mondo? Di certo non noi.
Siamo dovuti arrivare a questo, a dare questo sacro mandato agli stessi individui che hanno generato il male.
Un circolo, un viaggio che rientra dove tutto è cominciato, un uroboro.
Ironico ma forse anche giusto, quasi poetico, in rima.
Dovevamo essere noi, gli eroi. Così ci avevano promesso le favole di quando eravamo bambini. Ci hanno fatto sparire con i giocattoli elettronici e le merendine Kinder fetta al latte.
Eravamo tutto, eravamo il futuro, eravamo il sogno.
Avevamo tutto, avevamo in mano le porte del paradiso.

Niente. Ecco cosa siamo ora. Un paradosso temporale che nessuno ricorderà: come in Donnie Darko, siamo esistiti in un altro universo, e qualcuno, forse, percepirà quello che siamo stati come un deja vu. Ma siamo incorporei, solo un flebile battere di palpebre, di flash che si trasforma in una sensazione evanescente e presto dimenticabile.

Non siamo la vera realtà, siamo un’ipotesi, una delle tante formulate.
Non hanno considerato noi per portare a compimento il teorema, e noi, dal canto nostro, probabilmente manco sapevamo, o volevamo partecipare all’operazione.

13 febbraio 2021

Se smettessimo di lavorare

«Le guerre del futuro non saranno combattute su un campo di battaglia, né in mare. Saranno combattute nello spazio, oppure possibilmente in cima a una montagna altissima. In ogni caso, la maggior parte del vero combattimento sarà effettuato da piccoli robot. E oggi che andrete per la vostra strada, ricordate sempre il vostro preciso dovere: costruire e mantenere operativi questi robot. Grazie.»
IL COMANDANTE ai suoi cadetti
I Simpson, S08E25 – “La guerra segreta di Lisa Simpson”

Stavo guardando un film alla tv e si sono susseguiti due spot: uno era una semplice pubblicità di un aggeggio per rimuovere la polvere dai mobili (vabbé, avete capito di cosa parlo…), l’altro una vera e propria televendita per una impastatrice (la macchinetta che ti sbatte le uova da sola, per capirci).
Mi ha incuriosito che entrambe le pubblicità avessero come concetto di richiamo il fatto che sono strumenti concepiti per alleviare la fatica della persona – si utilizzava proprio la parola fatica in entrambi gli spot.
Ho pensato: beh, si sa, da che mondo è mondo l’uomo usa il proprio ingegno per creare strumenti che possano permettergli di faticare meno. L’obbiettivo della tecnologia è esattamente questo: fare in modo che l’uomo faccia sempre meno sforzi.
Se uno degli obiettivi principali dell’uomo è sempre stato quello di demandare a strumenti sempre più avanzati le fatiche che comporta il lavoro fisico, ne consegue che la sua volontà è sempre stata quella di avere più tempo e più energie da dedicare ad altro. Di certo ad altro che non sia fisicamene faticoso.
Vediamo coi nostri occhi, lo leggiamo negli studi sempre più frequenti, che, con l’avanzare della tecnologia, oggi più che mai rampante e quasi inarrestabile, sicuramente arriverà un giorno in cui non lavoreremo più, o comunque non svolgeremo più quei lavori che sono fisicamente usuranti.

Il lavoro nobilita l’uomo”, diceva – forse – Darwin. Il verbo nobilita era probabilmente inteso nel suo senso letterale, cioè diventare nobili: più lavori e più aumenta per te la possibilità di diventare nobile, cioè che si concretizzi un’ascesa economico-sociale.
Per molto tempo il lavoro è stato collegato alla fatica fisica, e la ricompensa economica che ne derivava era legata alla quantità di sforzo che quel lavoro richiedeva. Ma abbiamo visto che da sempre l’uomo si ingegna per diminuirla, questa fatica. Perché probabilmente i suoi veri obbiettivi sono altri. La cura di sé stesso, ad esempio, la ricerca della propria interiorità, il proprio sviluppo emotivo, sentimentale, intellettivo.
L’uomo è un animale sociale”, diceva Aristotele. E se il vero lavoro dell’uomo fosse quello di coltivare le proprie propensioni sociali?

Mi chiedo: davvero siamo sicuri che l’uomo debba lavorare e soprattutto dal suo lavoro debba dipendere la sua condizione economica, e quindi di sostentamento?
Voglio dire: se il lavoro nobilita l’uomo, allora perché continua ad inventarsi tecnologie per non farlo o farlo sempre meno? Non dovrebbe, no?
L’uomo è dotato di un ingegno, di una mente complessa come quella di nessun essere a questo mondo, ed è inevitabile per lui inventare, evolversi, progredire.
Verso cosa? Verso il miglioramento. Di cosa? Di sé stesso e della società che abita.
Questo progredire, allora, include anche il non lavorare più?

[E siamo sicuri che oggi il lavoro possa ancora nobilitare l’uomo – se mai è successo? O non vediamo forse crescere ingiustizia sociale ed economica, con gavette che non finiscono mai e scalate sempre più impossibili?]

Chiaramente si dovrebbe intendere che la tecnologia serve ad annullare la fatica del lavoro, non il lavoro in sé. Ma il fatto è proprio questo: da secoli si associa il lavoro alla fatica.
E se il lavoro deve per forza essere anche fatica, allora tanto varrebbe non costruire nulla per diminuirla, se davvero pensiamo che il lavoro nobiliti l’uomo.

Abbiamo sotto i nostri occhi la prova quotidiana che forse questo mondo del lavoro staccato dalla fatica fisica è già cominciato.
Sempre più lavori usuranti sono affidati alle macchine, e crescono gli occupati nei settori culturali, dell’intrattenimento, della comunicazione.
Crescono anche i disoccupati, però. Lo risolveremo mai davvero, questo problema?
Forse che non tutti in questo mondo complicato sono e saranno in grado di lavorare?
Pensiamoci. Quei lavori che un tempo potevano essere affidati a chi non aveva particolari competenze o capacità (bastava essere un uomo con un corpo e una testa per svolgere certe mansioni) stanno sparendo, proprio perché demandati alle macchine. Alle persone non impegnate in una qualche attività lavorativa normalmente intesa – cioè come ancora la intendiamo oggi – non sarà però impossibile svolgere altre attività, e non meno importanti.
Pensiamo al volontariato, ma anche a tutte quelle cose che il tempo libero può finalmente permetterci di svolgere e che riguardano la crescita personale (che già oggi vediamo sbandierare attraverso pagine social, gruppi di autoaiuto, frasi motivazionali e spinte verso la realizzazione, spesso a discapito del contatto sociale con l’altro). Leggere, passeggiare, guardare un film o una serie tv, stare con gli altri, accudire un animale, dipingere o scrivere, fare giardinaggio, impegnarsi in attività collettive, dedicarsi ai propri figli, ad un proprio familiare malato, fare sport…
Sono attività meno nobili? Se è così, ri-chiedo: perché l’uomo, dagli albori, s’inventa degli strumenti per avere più tempo per sé?
È altresì vero – per farla breve – che le macchine non si costruiranno da sole.
Il lavoro dovà evolversi. Ci sarà bisogno di nuove competenze, ad esempio di tecnici che sappiano bene come gestire le nuove tecnologie.
[La battuta all’inizio di questo post è un riferimento ironico a questo concetto, ma I Simpson sono sempre stati veggenti – e comunque sulle guerre non hanno affatto sbagliato!]

Ci sarà ancora lavoro, ma dovrà diventare altro rispetto a come lo pensiamo ora.
Già oggi tocchiamo con mano tante piccoli e grandi contraddizioni della vita lavorativa.
Molte persone lavorano ad orari massacranti, in nome di una produzione sempre più veloce e competitiva. Bisogna produrre, produrre, produrre nel minor tempo possibile, e allo stesso tempo produrre bene, perché si deve stare al passo. Ma si sa che la quantità e la qualità non vanno spesso d’accordo…
Nel frattempo, paradossalmente, ci sono frotte di individui che non lavorano proprio. Se è vero che la produttività deve essere elevata, non la stiamo gestendo nel modo giusto, perché facciamo lavorare molto di più chi un lavoro ce l’ha già mentre un sacco di persone non lavorano affatto.
Inoltre, questo modo di vivere non è per nulla salutare dal punto di vista psicofisico.
Ce ne stiamo accorgendo tutti, non stiamo bene, e continuiamo a dirlo.
Pure i nostri politici fanno discorsi relativi a questo tema (l’ormai classico “non dobbiamo tornare quelli di prima, dobbiamo essere migliori”). Eppure nessuno sembra volersi mettere all’opera per cambiare davvero questo stato di cose. Molte persone considerano il 2020 un anno perso perché non hanno lavorato, e non vedono l’ora di tornare ai ritmi forsennati di prima.
Esiste solo il lavoro. È il lavoro che ti qualifica.
Non solo non si ha tempo di pensare ad altro, ma spesso si ha persino paura di averlo, questo tempo.

Se davvero questa iperproduttività è necessaria, perché non facciamo che accumulare scarti e sprechi? Non solo in senso materiale, di cosa si produce, ma anche di “qualità” del lavoro stesso. Pensiamo a chi lavora negli uffici con turni di otto ore al giorno, ma di fatto di quelle ore arriva a lavorarne realmente la metà. Sta seduto per ore e metà della giornata la passa al telefono o su Facebook, perché di fatto ci sono dei momenti vuoti, in cui proprio non si fa nulla. Si ha molto tempo libero al lavoro, ci si annoia, si perde tempo, perché tempo ce n’è. E ci si domanda: “Ma non posso farmelo a casa, ‘sto tempo?”
Forse allora hanno ragione gli spagnoli quanto pensano di accorciare la settimana lavorativa…

Non sarebbe meglio organizzare la vita lavorativa in modo da abituarsi ad utilizzare degnamente tutto il tempo che abbiamo a disposizione?
Perché, strano ma vero, anche questa nostra vita così frenetica ha dei punti di… niente. Come è sempre stato per l’uomo, fin dall’alba dei tempi.
Siamo pieni di momenti morti. Quante cose si potrebbero fare in quei momenti!

ringrazio la sempre preziosa Vale Gentile per la riflessione che ha dato il la a questo post 😉

23 luglio 2015

Tu corri
l’ultimo spettacolo non ti può
infliggere
i mali di un mondo logoro
lacerato dalla fabula di un
cosmico statuto
che sentono in pochi
davanti a te
solo la strada
l’erba i prati
il western, una chitarra
qualcosa di definitivo pronto a
rinnovarsi al segnale giusto
cambiare pelle
come il sole sgoccioli
senti ma non provi
ora sei,
chiusi gli occhi, e pensi a
domani
la ballata del blu notturno
mentre lei si irrigidisce
e tambura
la mela dell’evento già vissuto
il lento cadere della bacchetta
il rollio compresso in un fiato.

n

Mi piaceva tornare lì
Dove ero già stato, e tutto era finito per poi ricominciare e finire di nuovo.

Quel libro che tengo sul comodino non lo leggo mai.
Se dovessi sfogliarlo, mi ci perderei.

Mi piaceva guardarti mentre ti truccavi
Il bagno era il mio, e chiedevi pareri.
Non sapevo che dire, per me eri – sei bella comunque.

Mi sento in colpa, come ogni volta che guardo una tua fotografia. Quelle digitali, le pellicole le hanno abolite, un po’ come quella cosa che provavo quando tornavo lì.

Non sento niente se non una improvvisa improvvisazione, non sento di proseguire mentre ricomincia ancora.
Ricomincia, ricomincio io.

Le mie medicine

Mi aiutano? Mi spopolano
forse mi avventurano
certi giorni non esistono,
certi altri le scongiuro.

Non so bene come funzionano
so cosa dovrebbero fare,
a volte però non lo fanno,
e mi sento uguale.

Forse non sono amiche,
forse devo farlo da me
le chiamano supporti,
io non sopporto prenderle.

Avvicinandosi la notte,
un sonno che non arriva mai
se il cellulare fosse un lassativo,
sarei magrissimo ormai.

Loro fanno fermo,
mi hanno cambiato il corpo, forse
è più il tempo che le prendo
che quello in cui ricordo di aver vissuto.

Quando sto per smettere
arriva un’altra crisi, e loro se la ridono,
che l’hanno scampata ancora una volta.
Quando sono su, mi dico fortunato:
c’è chi beve per curarsi,
a me lo sballo fa paura.

La cura non esiste,
è solo addormentarsi,
chi sta male vuol evitare di parlarsi.
Sentirsi male: non capire bene che succede dentro
chiamiamoli più forte, forse stanno dormendo,
loro che possono.

Un tetto

Non verrei mai da te.
Non salirei mai su un treno per venire a trovarti.
E non perché non mi interessi la tua compagnia, tutt’altro.
È che non ho proprio voglia di affrontare lo stato d’animo che avrò quando sarà ora di tornare a casa.
Non intendo sentirmi triste pensando ad una giornata con te che ormai è finita e alle vecchie cose che mi aspettano, per ricominciare ancora una volta.
La sensazione di disperazione, di nero, quando finisce il non-pensiero ed entra la consapevolezza.
L’unica cosa che potrei fare è continuare a restare lì, con te, ma non sarebbe possibile.
Dobbiamo tutti rientrate nelle nostre case, prima o poi. Tutti ritorniamo, dobbiamo, a questo serve avere un tetto.

Quindi no, non verrò. Perché se venissi l’unico modo che avrei per non sentirmi affogare sarebbe trasformare te nel mio tetto.

Punto fermo

In mezzo a così tante informazioni,
così tanti stimoli a cui stare dietro tutte le ore del giorno;
tante botte mentali che devi sopportare se vuoi stare al passo,
se vuoi rimanere sui binari di questo mondo irrefrenabile e continuamente affamato;
è che in mezzo a tutto questo,
tu mi dai la sensazione di poter finalmente fermarmi,
semplicemente respirare,
di avere un punto (fermo) in cui guardarsi
e guardare fuori,
fare le cose con calma ed aspettare che nulla accada.

È come stare nell’occhio del ciclone,
con tutto attorno che esplode e tu che mi trattieni,
non mi fai più pensare ai mostri che mi aspettano attorno, al vortice inarrestabile.
Tutto diventa semplice, controllabile:
quando sono nel vortice, la corrente mi trascina,
quando sei con me, sono io la corrente.

Tardi

Spesso, sempre più spesso, mi sento vecchio. Vecchio e tremendamente in ritardo. Mi sembra che ormai sia tardi, per me, per fare qualunque cosa, o quasi. Le belle occasioni, se sono passate, bisognava afferrarle prima, quando eri più giovane e avevi “l’età giusta” per fare certe cose. Non le hai afferrate, ed ora senti di averle perdute per sempre e che ormai non ne arriveranno più. Un’altra generazione si fa avanti, i giovani sono altri. Io non so bene cosa sono. Non sono davvero vecchio, ok, ma sono comunque troppo vecchio per tutta una serie di cose che “normalmente” una persona dovrebbe fare da “giovane”.

Quando manchi tanti “riti di passaggio”, o occasioni che normalmente si identificano con una certa età, rimani in un certo senso immaturo. Non credi davvero di essere adulto, credi di poter continuare a fare quelle cose che facevi prima, credi che sia normale sentirti ancora un ragazzino. Gli occhi si aprono quando vedi sempre più persone della tua età, magari che erano all’asilo con te, col posto fisso e dei bambini. Tu, che hai la loro età, ci rimani quasi male se provi a metteti nei loro panni: è molto facile farlo, di fatto, anche se non li hai frequentati, sei cresciuto come loro, e quindi con loro, hai affrontato le stesse fasi storiche, sei stato adolescente nei loro anni, ventenne nei loro anni. Eppure loro sono lì, tu invece sei ancora fermo.

Ogni tanto salta fuori la frase motivazionale tipo “ognuno ha i suoi tempi, non affrettare le cose, non paragonarti agli altri”. Tutto verissimo, per carità, ma non toglie quella cosa che, come sempre, ti accompagna in questa vita in cui l’empatia e i rapporti umani sembrano ormai roba vecchia: la solitudine. La sensazione sempre più viva di dover affrontare un viaggio senza cartina, senza esempi o guide, senza appigli di qualche tipo.

Chissà, magari fra dieci anni avrò capito che queste sono tutte cavolate. Dieci anni fa credo che nemmeno mi passasse per la testa di fantasticare su cosa sarebbe stato di me oggi. Era tutto troppo “in là” per poterci costruire una narrazione, anche banale. Il tempo è, ovviamente, passato troppo in fretta.
Forse, fra dieci anni, sarò ancora così, con le stesse domande, ma più consapevole che probabilmente è tutto qui, che non ci sono davvero delle tappe, ma che la vita è un susseguirsi di eventi per lo più casuali e che le esperienze che tu vivi dipendono molto anche dall’ambiente e dal tempo che la sorte ti ha lanciato addosso. Fortuna, casualità. Non tanto treni che passano e che devi capire se e quando prendere, quanto treni che forse sì, arrivano, ma forse no, forse non passano proprio dalla tua stazione. Forse nemmeno partono.