Se smettessimo di lavorare

«Le guerre del futuro non saranno combattute su un campo di battaglia, né in mare. Saranno combattute nello spazio, oppure possibilmente in cima a una montagna altissima. In ogni caso, la maggior parte del vero combattimento sarà effettuato da piccoli robot. E oggi che andrete per la vostra strada, ricordate sempre il vostro preciso dovere: costruire e mantenere operativi questi robot. Grazie.»
IL COMANDANTE ai suoi cadetti
I Simpson, S08E25 – “La guerra segreta di Lisa Simpson”

Stavo guardando un film alla tv e si sono susseguiti due spot: uno era una semplice pubblicità di un aggeggio per rimuovere la polvere dai mobili (vabbé, avete capito di cosa parlo…), l’altro una vera e propria televendita per una impastatrice (la macchinetta che ti sbatte le uova da sola, per capirci).
Mi ha incuriosito che entrambe le pubblicità avessero come concetto di richiamo il fatto che sono strumenti concepiti per alleviare la fatica della persona – si utilizzava proprio la parola fatica in entrambi gli spot.
Ho pensato: beh, si sa, da che mondo è mondo l’uomo usa il proprio ingegno per creare strumenti che possano permettergli di faticare meno. L’obbiettivo della tecnologia è esattamente questo: fare in modo che l’uomo faccia sempre meno sforzi.
Se uno degli obiettivi principali dell’uomo è sempre stato quello di demandare a strumenti sempre più avanzati le fatiche che comporta il lavoro fisico, ne consegue che la sua volontà è sempre stata quella di avere più tempo e più energie da dedicare ad altro. Di certo ad altro che non sia fisicamene faticoso.
Vediamo coi nostri occhi, lo leggiamo negli studi sempre più frequenti, che, con l’avanzare della tecnologia, oggi più che mai rampante e quasi inarrestabile, sicuramente arriverà un giorno in cui non lavoreremo più, o comunque non svolgeremo più quei lavori che sono fisicamente usuranti.

Il lavoro nobilita l’uomo”, diceva – forse – Darwin. Il verbo nobilita era probabilmente inteso nel suo senso letterale, cioè diventare nobili: più lavori e più aumenta per te la possibilità di diventare nobile, cioè che si concretizzi un’ascesa economico-sociale.
Per molto tempo il lavoro è stato collegato alla fatica fisica, e la ricompensa economica che ne derivava era legata alla quantità di sforzo che quel lavoro richiedeva. Ma abbiamo visto che da sempre l’uomo si ingegna per diminuirla, questa fatica. Perché probabilmente i suoi veri obbiettivi sono altri. La cura di sé stesso, ad esempio, la ricerca della propria interiorità, il proprio sviluppo emotivo, sentimentale, intellettivo.
L’uomo è un animale sociale”, diceva Aristotele. E se il vero lavoro dell’uomo fosse quello di coltivare le proprie propensioni sociali?

Mi chiedo: davvero siamo sicuri che l’uomo debba lavorare e soprattutto dal suo lavoro debba dipendere la sua condizione economica, e quindi di sostentamento?
Voglio dire: se il lavoro nobilita l’uomo, allora perché continua ad inventarsi tecnologie per non farlo o farlo sempre meno? Non dovrebbe, no?
L’uomo è dotato di un ingegno, di una mente complessa come quella di nessun essere a questo mondo, ed è inevitabile per lui inventare, evolversi, progredire.
Verso cosa? Verso il miglioramento. Di cosa? Di sé stesso e della società che abita.
Questo progredire, allora, include anche il non lavorare più?

[E siamo sicuri che oggi il lavoro possa ancora nobilitare l’uomo – se mai è successo? O non vediamo forse crescere ingiustizia sociale ed economica, con gavette che non finiscono mai e scalate sempre più impossibili?]

Chiaramente si dovrebbe intendere che la tecnologia serve ad annullare la fatica del lavoro, non il lavoro in sé. Ma il fatto è proprio questo: da secoli si associa il lavoro alla fatica.
E se il lavoro deve per forza essere anche fatica, allora tanto varrebbe non costruire nulla per diminuirla, se davvero pensiamo che il lavoro nobiliti l’uomo.

Abbiamo sotto i nostri occhi la prova quotidiana che forse questo mondo del lavoro staccato dalla fatica fisica è già cominciato.
Sempre più lavori usuranti sono affidati alle macchine, e crescono gli occupati nei settori culturali, dell’intrattenimento, della comunicazione.
Crescono anche i disoccupati, però. Lo risolveremo mai davvero, questo problema?
Forse che non tutti in questo mondo complicato sono e saranno in grado di lavorare?
Pensiamoci. Quei lavori che un tempo potevano essere affidati a chi non aveva particolari competenze o capacità (bastava essere un uomo con un corpo e una testa per svolgere certe mansioni) stanno sparendo, proprio perché demandati alle macchine. Alle persone non impegnate in una qualche attività lavorativa normalmente intesa – cioè come ancora la intendiamo oggi – non sarà però impossibile svolgere altre attività, e non meno importanti.
Pensiamo al volontariato, ma anche a tutte quelle cose che il tempo libero può finalmente permetterci di svolgere e che riguardano la crescita personale (che già oggi vediamo sbandierare attraverso pagine social, gruppi di autoaiuto, frasi motivazionali e spinte verso la realizzazione, spesso a discapito del contatto sociale con l’altro). Leggere, passeggiare, guardare un film o una serie tv, stare con gli altri, accudire un animale, dipingere o scrivere, fare giardinaggio, impegnarsi in attività collettive, dedicarsi ai propri figli, ad un proprio familiare malato, fare sport…
Sono attività meno nobili? Se è così, ri-chiedo: perché l’uomo, dagli albori, s’inventa degli strumenti per avere più tempo per sé?
È altresì vero – per farla breve – che le macchine non si costruiranno da sole.
Il lavoro dovà evolversi. Ci sarà bisogno di nuove competenze, ad esempio di tecnici che sappiano bene come gestire le nuove tecnologie.
[La battuta all’inizio di questo post è un riferimento ironico a questo concetto, ma I Simpson sono sempre stati veggenti – e comunque sulle guerre non hanno affatto sbagliato!]

Ci sarà ancora lavoro, ma dovrà diventare altro rispetto a come lo pensiamo ora.
Già oggi tocchiamo con mano tante piccoli e grandi contraddizioni della vita lavorativa.
Molte persone lavorano ad orari massacranti, in nome di una produzione sempre più veloce e competitiva. Bisogna produrre, produrre, produrre nel minor tempo possibile, e allo stesso tempo produrre bene, perché si deve stare al passo. Ma si sa che la quantità e la qualità non vanno spesso d’accordo…
Nel frattempo, paradossalmente, ci sono frotte di individui che non lavorano proprio. Se è vero che la produttività deve essere elevata, non la stiamo gestendo nel modo giusto, perché facciamo lavorare molto di più chi un lavoro ce l’ha già mentre un sacco di persone non lavorano affatto.
Inoltre, questo modo di vivere non è per nulla salutare dal punto di vista psicofisico.
Ce ne stiamo accorgendo tutti, non stiamo bene, e continuiamo a dirlo.
Pure i nostri politici fanno discorsi relativi a questo tema (l’ormai classico “non dobbiamo tornare quelli di prima, dobbiamo essere migliori”). Eppure nessuno sembra volersi mettere all’opera per cambiare davvero questo stato di cose. Molte persone considerano il 2020 un anno perso perché non hanno lavorato, e non vedono l’ora di tornare ai ritmi forsennati di prima.
Esiste solo il lavoro. È il lavoro che ti qualifica.
Non solo non si ha tempo di pensare ad altro, ma spesso si ha persino paura di averlo, questo tempo.

Se davvero questa iperproduttività è necessaria, perché non facciamo che accumulare scarti e sprechi? Non solo in senso materiale, di cosa si produce, ma anche di “qualità” del lavoro stesso. Pensiamo a chi lavora negli uffici con turni di otto ore al giorno, ma di fatto di quelle ore arriva a lavorarne realmente la metà. Sta seduto per ore e metà della giornata la passa al telefono o su Facebook, perché di fatto ci sono dei momenti vuoti, in cui proprio non si fa nulla. Si ha molto tempo libero al lavoro, ci si annoia, si perde tempo, perché tempo ce n’è. E ci si domanda: “Ma non posso farmelo a casa, ‘sto tempo?”
Forse allora hanno ragione gli spagnoli quanto pensano di accorciare la settimana lavorativa…

Non sarebbe meglio organizzare la vita lavorativa in modo da abituarsi ad utilizzare degnamente tutto il tempo che abbiamo a disposizione?
Perché, strano ma vero, anche questa nostra vita così frenetica ha dei punti di… niente. Come è sempre stato per l’uomo, fin dall’alba dei tempi.
Siamo pieni di momenti morti. Quante cose si potrebbero fare in quei momenti!

ringrazio la sempre preziosa Vale Gentile per la riflessione che ha dato il la a questo post 😉

23 luglio 2015

Tu corri
l’ultimo spettacolo non ti può
infliggere
i mali di un mondo logoro
lacerato dalla fabula di un
cosmico statuto
che sentono in pochi
davanti a te
solo la strada
l’erba i prati
il western, una chitarra
qualcosa di definitivo pronto a
rinnovarsi al segnale giusto
cambiare pelle
come il sole sgoccioli
senti ma non provi
ora sei,
chiusi gli occhi, e pensi a
domani
la ballata del blu notturno
mentre lei si irrigidisce
e tambura
la mela dell’evento già vissuto
il lento cadere della bacchetta
il rollio compresso in un fiato.

n

Mi piaceva tornare lì
Dove ero già stato, e tutto era finito per poi ricominciare e finire di nuovo.

Quel libro che tengo sul comodino non lo leggo mai.
Se dovessi sfogliarlo, mi ci perderei.

Mi piaceva guardarti mentre ti truccavi
Il bagno era il mio, e chiedevi pareri.
Non sapevo che dire, per me eri – sei bella comunque.

Mi sento in colpa, come ogni volta che guardo una tua fotografia. Quelle digitali, le pellicole le hanno abolite, un po’ come quella cosa che provavo quando tornavo lì.

Non sento niente se non una improvvisa improvvisazione, non sento di proseguire mentre ricomincia ancora.
Ricomincia, ricomincio io.

Le mie medicine

Mi aiutano? Mi spopolano
forse mi avventurano
certi giorni non esistono,
certi altri le scongiuro.

Non so bene come funzionano
so cosa dovrebbero fare,
a volte però non lo fanno,
e mi sento uguale.

Forse non sono amiche,
forse devo farlo da me
le chiamano supporti,
io non sopporto prenderle.

Avvicinandosi la notte,
un sonno che non arriva mai
se il cellulare fosse un lassativo,
sarei magrissimo ormai.

Loro fanno fermo,
mi hanno cambiato il corpo, forse
è più il tempo che le prendo
che quello in cui ricordo di aver vissuto.

Quando sto per smettere
arriva un’altra crisi, e loro se la ridono,
che l’hanno scampata ancora una volta.
Quando sono su, mi dico fortunato:
c’è chi beve per curarsi,
a me lo sballo fa paura.

La cura non esiste,
è solo addormentarsi,
chi sta male vuol evitare di parlarsi.
Sentirsi male: non capire bene che succede dentro
chiamiamoli più forte, forse stanno dormendo,
loro che possono.

Un tetto

Non verrei mai da te.
Non salirei mai su un treno per venire a trovarti.
E non perché non mi interessi la tua compagnia, tutt’altro.
È che non ho proprio voglia di affrontare lo stato d’animo che avrò quando sarà ora di tornare a casa.
Non intendo sentirmi triste pensando ad una giornata con te che ormai è finita e alle vecchie cose che mi aspettano, per ricominciare ancora una volta.
La sensazione di disperazione, di nero, quando finisce il non-pensiero ed entra la consapevolezza.
L’unica cosa che potrei fare è continuare a restare lì, con te, ma non sarebbe possibile.
Dobbiamo tutti rientrate nelle nostre case, prima o poi. Tutti ritorniamo, dobbiamo, a questo serve avere un tetto.

Quindi no, non verrò. Perché se venissi l’unico modo che avrei per non sentirmi affogare sarebbe trasformare te nel mio tetto.

Tardi

Spesso, sempre più spesso, mi sento vecchio. Vecchio e tremendamente in ritardo. Mi sembra che ormai sia tardi, per me, per fare qualunque cosa, o quasi. Le belle occasioni, se sono passate, bisognava afferrarle prima, quando eri più giovane e avevi “l’età giusta” per fare certe cose. Non le hai afferrate, ed ora senti di averle perdute per sempre e che ormai non ne arriveranno più. Un’altra generazione si fa avanti, i giovani sono altri. Io non so bene cosa sono. Non sono davvero vecchio, ok, ma sono comunque troppo vecchio per tutta una serie di cose che “normalmente” una persona dovrebbe fare da “giovane”.

Quando manchi tanti “riti di passaggio”, o occasioni che normalmente si identificano con una certa età, rimani in un certo senso immaturo. Non credi davvero di essere adulto, credi di poter continuare a fare quelle cose che facevi prima, credi che sia normale sentirti ancora un ragazzino. Gli occhi si aprono quando vedi sempre più persone della tua età, magari che erano all’asilo con te, col posto fisso e dei bambini. Tu, che hai la loro età, ci rimani quasi male se provi a metteti nei loro panni: è molto facile farlo, di fatto, anche se non li hai frequentati, sei cresciuto come loro, e quindi con loro, hai affrontato le stesse fasi storiche, sei stato adolescente nei loro anni, ventenne nei loro anni. Eppure loro sono lì, tu invece sei ancora fermo.

Ogni tanto salta fuori la frase motivazionale tipo “ognuno ha i suoi tempi, non affrettare le cose, non paragonarti agli altri”. Tutto verissimo, per carità, ma non toglie quella cosa che, come sempre, ti accompagna in questa vita in cui l’empatia e i rapporti umani sembrano ormai roba vecchia: la solitudine. La sensazione sempre più viva di dover affrontare un viaggio senza cartina, senza esempi o guide, senza appigli di qualche tipo.

Chissà, magari fra dieci anni avrò capito che queste sono tutte cavolate. Dieci anni fa credo che nemmeno mi passasse per la testa di fantasticare su cosa sarebbe stato di me oggi. Era tutto troppo “in là” per poterci costruire una narrazione, anche banale. Il tempo è, ovviamente, passato troppo in fretta.
Forse, fra dieci anni, sarò ancora così, con le stesse domande, ma più consapevole che probabilmente è tutto qui, che non ci sono davvero delle tappe, ma che la vita è un susseguirsi di eventi per lo più casuali e che le esperienze che tu vivi dipendono molto anche dall’ambiente e dal tempo che la sorte ti ha lanciato addosso. Fortuna, casualità. Non tanto treni che passano e che devi capire se e quando prendere, quanto treni che forse sì, arrivano, ma forse no, forse non passano proprio dalla tua stazione. Forse nemmeno partono.

20..

(L’anno scorso ho fatto un resoconto lunghissimo di un decennio. Quest’anno mi pare giusto augurare buon anno scrivendo poco e niente.
Quindi è tutto qui).

Che poi – e scusate se dico una blasfemia – a me il 2020 ha dato anche cose belle.
Buon anno.

Battaglia al buio

Quanto (mi) conviene scrivere nei momenti bui? Quando sento quel fastidio al petto, quel dolore allo stomaco.
Quando cerco tra le pagine che pagine non sono, perché non c’è carta, e non c’è nemmeno materia, non c’è contatto tattile se non con lo schermo. Ma lo schermo non è la “pagina”, lo schermo è un pezzo di plastica, che non ha dentro altro che polimeri e altre diavolerie chimiche. E la pagina non è pagina, ha preso il suo nome da una cosa già esistente, perché oggi ci riferiamo a cose nuove con nomi vecchi, di cose vecchie ma diverse. Analizziamo le differenze, ogni tanto. Potrebbe farci bene.

Mi perdo, ancora, e ancora. E cerco compagnia.
Fossi vissuto in altri tempi (e fosse stato permesso di uscire di casa), mi vedrei bene vagare verso una bettola, pirata nella notte in cerca di qualcuno o qualcosa con cui placare questo senso di bisogno di non so cosa ancora.
Sarei stato un ubriacone? Se no, avrei sofferto cercando semplicemente di diventare amico di qualcuno che non esiste, tra le pagine di un libro? Mi sarei accontentato, anche qui, di una cosa meterialmente inesistente, solo mentale, ma utile a rifugiarsi lontano da un fastidio tutto fisico e cerebrale insieme?
Chissà come la pensavano, un tempo, di quelli che preferivano la compagnia di un libro a quella di un essere umano?
Che poi sto ancora paragonando due cose mortalmente diverse e distanti. Oggi nessuno se la prende più se ti perdi nella lettura. Forse perché nessuno legge più, e allora andrebbe bene qualsiasi cosa per “perdersi”, purché non lo si faccia con le droghe, o con quell’altra “cosa” non materiale, ma che pure droga è, che chiamiamo “rete” (anche qui: vogliamo analizzare il significato originale della parola e cosa è diventata per noi? Vogliamo?)

L’uomo ha bisogno di perdersi, evidente(mente). Cambiano i modi per farlo, ma alla fine vuole sempre essere in un posto diverso da quello in cui si trova fisicamente, realmente. Che ci si perda, con la mente; ci si allontani dal nostro interiore, che anche lì c’è un perdersi, ma un perdersi oscuro, da cui, si sa già da principio, si teme di non riuscire a tornare. Invece, sappiamo, ne siamo praticamente certi, che da quegli altri luoghi, dal bicchiere, dal digito, dall’ago, dal gioco, dal narrativo, dal guardare, dall’udire, sappiamo che torneremo. Ne siamo sicuri, appunto. Perché?
E se un giorno ti risvegliassi Dorian Grey? E se un giorno vedessi davanti a te il monolite di 2001? Questo non può essere, dici? Sei più sicuro di ciò che di poter ritornare dal viaggio nel buio che trattieni nelle viscere da quando si è risvegliata in te la capacità di dare un senso alle scene che hai nella testa. Non sarà che quel buio assomiglia a quell’altro buio, quello grosso, definitivo?

Umani di tutte le epoche hanno osato sputare fuori il buio nella scrittura. Io anche, stanotte, scrivo dal buio di una condizione che so momentanea, e proprio perché so che è momentanea, mi domando quanto di ciò che scrivo serva davvero nel disegno generale della maturazione.
La vita in fondo non è davvero crescere, è mantenere la forza di confrontarsi ogni santo giorno con le stesse, schifose incertezze. Resistere, battersi per restare vivo. Restare vivo per cosa? Perché speri che un giorno non dovrai più lottare con lo stomaco e il petto. Sì, quel giorno ci sarà, quel giorno potrai smettere di lottare. Ma non perché avrai ottenuto una qualche conoscenza superiore, avrai capito come stare al mondo senza che quel buio ti rovini le giornate. Non lotterai più perché il buio vincerà, e tu non potrai che seguirlo.
Rimarrà la lotta, forse, a qualcuno dopo di te, ma non è detto. Tu provaci, e ci proverai, a lasciare il segno delle tue battaglie sulla terra calpestata da qualcun altro. Non è forse questa la millenaria guerra di ognuno di noi? Lasciare un segno per qualcuno?

Una mia breve sceneggiatura: “Puffo”

Quest’estate ho scritto tanto. Sono riuscito anche a riprendere a scrivere sceneggiature.
Il mio percorso precedente (e quello che attualmente sto cercando di far ripartire) riguardava il cinema e l’audiovisivo: ho studiato cinema all’università e ho girato tanti video e corti (alcuni – anche se non tutti: giro da quando avevo 16 anni, quelli fatti durante l’adolescenza non li vedrete MAI! – li trovate qui). Ho girato anche un lungo (questo).
Quest’estate l’ispirazione non è mancata. Avevo anche cominciato a scrivere una bozza per un nuovo film, ma mi sono bloccato. In compenso, mi sono trovato molto bene con le cose brevi (anche nella scrittura del blog è andata così).
La sceneggiatura che pubblico risale a luglio (data prima stesura: 12 luglio; seconda stesura, cioè riscrittura e correzione: 24 luglio).
Mi scuso se la formattazione del testo può risultare un po’ ostica, ma ho cercato di mantenere degli standard che assomigliassero il più possibile a quelli di una vera sceneggiatura, che ha delle precise regole tipografiche.

Per chi non fosse pratico, ecco una breve guida.
– Solitamente una scena inizia con la numerazione della stessa, indicando il luogo in cui si svolge (es. 1. GELATERIA). Se si svolge in un ambiente “al chiuso” si scrive “interno”, abbreviato INT. (es. 1. INT. GELATERIA), se “fuori” è esterno, EXT. (es. 1. EXT. MARCIAPIEDE).
Dividendo con una barra, si indica il momento temporale in cui si svolge la scena, come il giorno, il pomeriggio ecc. (es. 1. INT. GELATERIA/SERA).
– All’inizio di una scena si descrive più o meno il setting, la situazione in cui ci troviamo, partendo da sinistra. I dialoghi, invece, sono al centro del foglio, e sono preceduti dal nome del personaggio che dice la battuta. Nel mio caso, i protagonisti non hanno dei nomi precisi, per cui troverete ad esempio LUI o LEI, seguiti, andando a capo, dalla battuta che dicono. Il grassetto delle battute è un modo che uso io per evidenziare la parte dialogata, ma non è obbligatorio.
– Possono esserci delle parentesi in mezzo ai dialoghi: è il caso in cui si voglia rimarcare un’azione che un personaggio svolge mentre parla. Le possiamo scrivere proprio nel dialogo. Nel mio caso, ho scritto queste parti in corsivo per renderle più evidenti. Possono anche esserci delle azioni tra un dialogo e l’altro, al che si torna a scrivere a sinistra.
– Solitamente le scene, e quindi la numerazione e l’intestazione del luogo e del tempo in cui si svolgono, cambiano col cambiare del setting geografico. Ad esempio: se la prima scena, la numero 1, si svolge all’interno della gelateria, per cambiare scena bisognerà che l’azione si sposti all’esterno, o comunque in un altro luogo, al che partirà la scena numero 2.

Spero che il tutto sia abbastanza chiaro (ma vedrete che dopo pochi secondi di lettura ci avrete già fatto la mano).
Una sceneggiatura non (ancora?) realizzata scritta su un blog… Chissà, magari può essere un nuovo format!
Fatemi sapere che ne pensate.

PUFFO
di Alessandro Sala
luglio 2020

1. INT. GELATERIA/SERA
LUI entra. Il locale è per lo più vuoto. LEI è sola dietro al bancone e sta facendo alcuni conti su un block notes.

LEI
(tenendo la testa abbassata,
concentrata sul block notes)
Buonasera, mi dica pure.

LUI
Ciao.

LEI alza la testa, riconosce il ragazzo che le sta davanti. Appare sorpresa di vederlo.

LEI
Ciao!
(Breve pausa)
Che… Che sorpresa.

LUI
Come stai?

LEI
Io bene… cioè… Bene, sì… Tu?

LUI
Bene, dai, non c’è male.

LEI
(dopo un’altra breve pausa)
Scusa, cosa ti faccio?

LUI
Vediamo…
(guarda, o fa finta di
guardare, il listino sopra la testa
dalla ragazza) mmm… Ma tu hai
mai assaggiato il famoso Puffo? Di cosa sa?

LEI
Non lo so… Di… Puffo!

LUI
Sono commestibili, i Puffi?

LEI
(Sorridendo) Di solito è tipo
sapore vaniglia o fiordilatte, poi
ci mettono un colorante azzurro.
Alcuni aggiungono anche altra roba,
non so, anice…ma di solito se
chiedi che gusto è il Puffo, la
risposta è fiordilatte.

LUI
Ho capito. Informatissima.

LEI alza le spalle.

LUI
Allora vada per cono da 3 euro

vaniglia e fiordilatte.

LEI
Cioè…? Vuoi quelli o…?

LUI
Sì, scusa, scherzo…
Voglio dire Puffo, Puffo.

LEI
Ok, scusa.

LUI
Niente, scusa tu.

Mentre LEI prepara il gelato, c’è silenzio.

LUI
Belli gli occhiali.

LEI
Non ci vedo quando scrivo.

Un altro po’ di silenzio.

LUI
Io… C’è il cinema in piazza, qui

(indica con la testa dietro di sé).

LEI
Sì, vero.

LUI
Io… Tu… Dovresti venire qualche

volta… Magari quando stacchi…
Non lo so, sarebbe bello.

LEI
Sicuramente, però stacco

tardissimo. Stasera poi ci sono
solo io, ho le mani legate, lavoro
un sacco e ho dei turni di merda.

LUI
(quasi sottovoce) Sì, lo so.

LEI
(Lo osserva per un attimo) Lo sai?

C’è una sorta di pausa, un silenzio quasi straniante, e per un attimo pare che il ragazzo non abbia parlato affatto.

LEI
Scusa?

LUI
Nient
e.

LEI gli allunga il cono gelato.

LUI
Quant’è?

LEI
3
.

LUI
Ah sì sì, scusa, giusto.

LUI mette una banconota da 5 euro sul bancone. LEI tira fuori una moneta da 2 euro dalla cassa e glieli allunga insieme allo scontrino.

LUI
Allora grazie.

LEI
Grazie a te.

LEI sorride, LUI la guarda e sembra ipnotizzato.

LEI
Ah, e buon film!

LUI
Grazie… E tu, buon lavoro.

LEI
Grazie!

LUI
Spero… Cioè… Spero che ti vada

bene… Con gli orari, cioè con i
turni, insomma… Che riuscirai a
liberarti, a fare delle cose.

LEI
Grazie mille, speriamo. Sei gentile.

LUI accenna un sorriso maldestro e fa per andarsene. Con la mano che tiene il gelato fa un cenno di saluto con le dita.

LEI
Ciao.

LUI esce dalla gelateria, LEI torna a scrivere sul block notes.

2. EXT. MARCIAPIEDE/SERA
LUI si sta allontanando dalla gelateria. Ad un certo punto si blocca, pensieroso.

3. INT. GELATERIA/SERA

LEI sta scrivendo, quando improvvisamente si ferma. Pensa. Alza lo sguardo leggermente. Il suo viso ha un’espressione come dispiaciuta. Dopo un po’, tira fuori da sotto il bancone un foglio con scritti degli orari di lavoro. Poi, si toglie gli occhiali ed esce dal bancone.

4. EXT. MARCIAPIEDE/SERA
LUI è ancora fermo, bloccato e pensieroso. Si sente qualcuno avvicinarsi correndo, alla sue spalle.

LEI
Ehy!

LUI si gira, la guarda avvicinarsi di corsa.

LEI
Senti, credo che sia meglio giovedì
.

LUI
Giovedì?

LEI
Sì, giovedì ho visto che posso

saltare il turno… Posso staccare
alle 9… Se vuoi… Cioè se vai a
vedere un altro film…

LUI
(a malapena nasconde l’entusiasmo) Sì! Ehm…

LEI
(sorride) Ok, se vieni a prendere
un gelato, me lo prendo anche io
e poi andiamo a vedere il film.

LUI
Perfetto! Avevo proprio voglia di un gelato!

LEI
(quasi ridendo) Sì, però intanto
mangia quello, che ti si scioglie addosso!

LUI guarda la sua mano, il gelato sta colando. Alza la mano verso la bocca e comincia a leccarlo.

LEI
Dai, allora giovedì. Ciao!

LEI si volta e velocemente si allontana, LUI a malapena riesce a salutarla.
LUI appare felice. Vediamo il suo viso soddisfatto mentre la guarda rientrare al bar.

STACCO SU

5. EXT. MARCIAPIEDE/SERA
LEI è ancora al bancone, indossa gli occhiali e sta facendo i conti. È LUI ad osservarla da fuori. Il gelato nella mano è ancora tutto intero.
LUI sospira, deluso, come risvegliatosi da un sogno.

?FINE?


Solitudinoia

Ed eccola di nuovo. La noialitudine, o la solitudinoia. È così sbagliato non avere niente da fare il sabato pomeriggio? C’è una bella giornata, chiaramente, e tutti – almeno stando ai social – tutti sono da qualche parte.

Nessuno risponde ai miei messaggi o alle mie telefonate – sono comunque poche cose, anche perché io stesso mi rendo conto di poter apparire totalmente inadeguato e rompiballe. Quindi mi ritrovo di nuovo sul divano, a non capire bene se continuare a fissare lo schermo del telefono o provare a sforzarmi di leggere o guardare un film. Esiste là fuori qualcuno che ha il mio stesso problema? Che già chiamarlo problema è qualcosa, di fatto non dovrebbe esserlo: il tempo libero, così a lungo, così spesso, è fortuna, un lusso che nell’800 ci avrebbero invidiato. Eppure oggi sei un fallito se non hai nulla da fare, mentre sei una persona realizzata, di successo, se hai il tempo pieno di impegni e non ti si trova mai perché corri da una parte o dall’altra.

Non esiste – probabilmente – un sistema di vita che mi renderebbe soddisfatto, dato che non esiste, in questo tempo, la mezza via: o ti muovi senza mai fermarti, o stai fermo senza mai alzarti. La corsa non fa per me, ma nemmeno lo stare fermo. La prima mi porta allo sfinimento, al perdermi da qualche parte con la paura costante di non riprendermi più. Il secondo mi fa sentire solo, inutile, col costante bisogno di avere qualcuno accanto con cui parlare.

Chi pensa che ai solitari piaccia sempre stare da soli sbaglia: siamo comunque persone, e ogni tanto il contatto umano ci serve, ne abbiamo bisogno e a volte fa talmente male sentirlo che vorremmo tanto urlare alla finestra: «Ehy tu! Ascoltami, ti prego! Sono qui, sto aspettando un tuo contatto, un tuo pensiero, una tua parola». Invece non arriva mai nulla. E ti ritrovi a cercare – ancora una volta – in te stesso la magra consolazione di una compagnia tutta interiorizzata. O semplicemente ad aspettare che il tempo trascorra, che passi un’altra giornata monotona in attesa di momenti migliori. Che difficilmente arriveranno, eh.