Lo scrittore

Lo chiamavano lo scrittore.
Ma non aveva pubblicato romanzi, o saggi, o poesie. Non aveva neppure mai pensato che un giorno avrebbe potuto esserlo, uno scrittore.
Ora però si trovava, per la prima volta in vita sua, seduto ad una scrivania, una penna in mano, un foglio bianco. Lui che, ricordava vagamente, l’ultima penna l’aveva presa in mano ai tempi delle medie.
Ma tutti in città lo chiamavano lo scrittore, ed aveva pensato che fosse finalmente giunta l’ora di rendere giustizia a quel soprannome.
Non aveva avuto bisogno di chiedere a tutti i concittadini (o perlomeno ad una grossa fetta) perchè lo chiamassero così. Lo sapeva già il perché, era palese.
Un giorno era uscito di casa, era entrato al bar e Gianfranco aveva dato il via: «oh, ecco lo scrittore!». Lui si era semplicemente limitato a fare i conti velocemente: «avrà letto il post che ho scritto». Non aveva fatto in tempo a chiedere un parere, Gianfranco stava già mostrando ad altri sopraggiunti al bar lo schermo del telefonino. «Questo qui è uno scrittore nato», gridava.
Qualcuno aveva sghignazzato, qualcun altro era ammutolito, qualcun altro se ne era stato zitto e aveva continuato a sorseggiare il suo caffè.

Da alcune settimane, ad una certa ora della sera, specie dopo una dura giornata al cantiere, lo scrittore si metteva al computer, apriva internet, quel sito e poi digitava. Scriveva ciò che gli passava per la testa, senza fronzoli, con le parole che conosceva, e si era accorto che la cosa lo faceva sentire libero, lo faceva andare a letto sereno. Le giornate ricominciavano, lui tornava a casa e scriveva.
Gli avevano detto che erano tanti i concittadini presenti in quel sito, e difatti, una volta capito come funzionava, alcuni li aveva anche trovati, li aveva inseriti tra i suoi contatti. «Se tutti quanti sono qui» pensava «sicuramente leggeranno quello che ho scritto».
Eppure all’inizio, per le prime settimane, non pareva proprio che qualcuno fosse interessato a quanto scriveva. Vedeva i post di altri iscritti, e si scoraggiava nel notare il disegnino dei pollici su e i cuoricini e le faccine. Alcuni però, lo ammetteva, non erano granché comprensibili, anche rileggendo più volte l’italiano con cui erano scritti era difficile. Gente che ha studiato, si vede. Gente che vuole fare vedere che ha studiato. Io non ho studiato, ma posso scrivere.
Un giorno, tornato dal lavoro, aveva notato che un suo pensiero del giorno precedente aveva ricevuto qualche pollice. Non si era impegnato molto, aveva solo espresso il suo parere su quell’insopportabile ometto con la bella macchina e gli occhiali da sole che si recava al cantiere ogni tanto e rideva. Rideva molto, spesso verso gli operai, era sempre divertito. Doveva divertire anche il capocantiere, perché rideva anche lui quando parlava.
Da quel giorno, ogni pensiero sull’ometto aveva riscosso sempre più successo.
Ad un certo punto aveva deciso di spaziare, di dedicarsi anche ad altri, gente del paese che riteneva nessuno avesse il coraggio di chiamare per nome e cognome. Il sito lo dava a lui, il coraggio, doveva pur significare qualcosa. Sentiva in effetti di avere come un ruolo, i pollici e le faccine e i cuoricini gliel’avevano dato.
Scriveva un pensiero al giorno, pensava a cosa non gli andava, e veniva tutto da sé.
La storia dello scrittore iniziò dopo non molto. Se inizialmente era una cosa da bar, col tempo la gente iniziò ad indicarlo e salutarlo in strada fuori, durante i giorni di mercato, poi sempre in più luoghi della città, in più occasioni. Tutti avevano cominciato a parlare dello scrittore. Al suo passaggio, sconosciuti lo salutavano, qualcuno applaudiva, qualcun altro faceva battute e qualcun altro rideva. Qualcuno lo fermava per fargli domande sul suo metodo, qualcuno sull’ispirazione, ma era raro che si fermassero davvero ad ascoltare le sue risposte.
Al cantiere, dove ormai era diventato una star, si lavorava più allegri. L’ometto con gli occhiali da sole, invece, non rideva più. O meglio, non aveva riso quell’unica, ultima volta che lo scrittore l’aveva intravisto, prima che lo cacciassero dal lavoro.
Avrebbe dovuto disperarsi, al minimo dispiacersi, ma lui aveva ormai trovato uno scopo più alto. Lo chiamavano lo scrittore, e ciò egli era, per tutti e per sé.
Bastava.

Un pomeriggio d’inverno, nella piazzetta che spesso attraversava per tornare a casa, un ragazzetto insolente, che bighellonava insieme ad altri giovincelli maleducati e privi di ambizioni, i quali già in passato si erano fatti beffe del suo soprannome, aveva osato affermare: «Per essere un vero scrittore devi scrivere un libro. Tu hai scritto un libro?».
Lui non aveva mai scritto un libro, ma l’avrebbe fatto. Il ragazzetto, per quanto antipatico, aveva ragione.
Avrebbe scritto un libro, come si scrive di solito un libro, con carta e penna. Alla scrivania, come un vero scrittore. Avrebbe reso definitivo il suo titolo. E avrebbe così messo a tacere anche quelli che si prendevano ancora gioco di lui (pochi, sì, ma c’erano).
Fu difficile iniziare, fare uscire le parole giuste. Ma ricordò quel che aveva provato la prima volta che aveva premuto i bottoni delle lettere sul computer.
E scrisse. Scrisse tante pagine.

Quindici anni dopo, lo scrittore era morto.
Una vecchia signora che si occupava del suo appartamento, rimasto senza un’occupante, aveva trovato il manoscritto. L’aveva messo in un angolo, insieme alle cose del defunto, e per un paio di settimane nessuno ci aveva badato.
Un giorno si presentò un giovane sui trent’anni, aspetto curato, atteggiamento molto tranquillo, quasi austero, per vedere la casa. Stava trasferendosi per lavoro nella cittadina.
Fu lui a trovare il manoscritto, fu lui il primo a leggerlo, dall’inizio alla fine.
Rise, ma solo per i primi minuti di lettura.
Poi pensò solamente che quella casa era stata abitata da un uomo molto triste e solo, e decise di cercarne un’altra in cui vivere.


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Questa Dottoressa delude

Nota introduttiva (anche se, nel 2018/quasi 19, non dovrebbe essere necessaria): quanto segue è un PARERE DEL TUTTO PERSONALE: non è una legge dello Stato, né uno dei comandamenti di Mosé, un pensiero personale va rispettato, anche se non si è d’accordo.
Altra nota introduttiva: mi spiace per chi non comprenderà termini e dinamiche legate a Doctor Who presenti in quest’articolo. Non ho intenzione di introdurvi al mondo di questa serie, sarebbe troppo lungo (e doloroso!), pertanto questo articolo andrebbe letto avendo già almeno una, seppur piccola, infarinatura generale.

Per uno whovian come il sottoscritto, la notizia che il protagonista di una delle sue serie preferite sarebbe stato intepretato da una donna nell’annata 2018 non poteva che essere cosa gradita. Francamente, mi sono sempre domandato come sarebbe stato vedere una Dottoressa (le passate incarnazioni hanno giocato spesso con il lato femminile del personaggio, fino a suggerirci che la possibilità di reincarnarsi in una donna potesse essere plausibile). Anzi, ritengo che questa scelta (necessaria) sia stata operata fin troppo tardi.
Difficile, in un momento di me too e riscossa delle minoranze (altro tema che la nuova stagione ha voluto trattare inserendo, oltre ad elementi precisi nelle trame degli episodi, autori appartenenti a diverse etnie) non receperire anche solo un pochino l’accusa di politically correct avanzata dai fan dello zoccolo duro dello show. Per dirla in altre parole: bisognava aspettare proprio questo momento per introdurre una protagonista femmina?

La scelta dell’attrice che ha ereditato lo scettro da Peter Capaldi è caduta su Jodie Whittaker, volto noto agli spettatori della serie Broadchurch. La BBC ha però voluto ampliare questa “rivoluzione” alla gestione stessa dello show: fuori Steven Moffat, showrunner dal 2010, dentro Chris Chibnall (creatore proprio di Broadchurch), con tutta una serie di volti nuovi, nel reparto autori, come si è detto, e in quello tecnico (ad es., se ne va lo storico compositore Murray Gold, sostituito dall’ “allievo” Segun Akinola… e si sente!).
Arrivare alla fine della visione del decimo episodio (soltanto dieci episodi prodotti, BBC?) con questo stato d’animo di totale delusione per una serie che, sì, nelle ultime annate stava già dimostrando un calo, ma ugualmente, vista anche la portata del cambiamento in atto, aveva ravvivato aspettative e curiosità, è quasi un colpo al cuore. Arrivarci ora, nel 2018, quando per la prima volta una serie così cult (non solo per me, ma per tantissimi fan di più generazioni e di più nazioni) si è permessa di introdurre una donna in un ruolo che per più di cinquant’anni è stato di maschi, è ancora più doloroso.

Cosa non è andato in quest’annata di Doctor Who?
Innanzitutto è sorprendente notare la totale assenza di analisi critica da parte di un autore ormai affermato come Chris Chibnall, che nonostante la sua indubbia esperienza, non è riuscito ad intuire quanto la scelta di realizzare dieci episodi stand-alone, in un momento in cui tutto è serializzato, per di più in Doctor Who, che è stata uno dei capisaldi del passaggio al momento d’oro delle serie serializzate, potesse essere controproducente.
Se è vero che Doctor Who non è mai stato esente da episodi filler, molto spesso le puntate peggiori sono state proprio quelle che nulla avevano a che vedere con il running plot. Chibnall dimostra di non aver studiato approfonditamente la serie la cui guida gli è stata affidata: è storicamente appurato che gli episodi stand-alone di Doctor Who vanno ponderati a dovere, perché non esistono vie di mezzo, o sono ottimi o sono mediocri. Per questo, non avere una trama orizzontale, un percorso di maturazione dei protagonisti, non è sbagliato (e ignorante), è suicida!

Tutti gli altri problemi della stagione nascono da quello appena illustrato. In un’annata in cui non esiste sviluppo dei personaggi, non v’è margine di manovra per gli attori. A soffrirne di più non sono tanto Mandip Gill e Tosin Cole (i cui personaggi sono talmente innocui da far dubitare delle loro capacità attoriali), quanto il bravo (in alcuni momenti bravissimo) Bradley Walsh (Graham, compagno simpatico e l’unico ad avere un minimo di sviluppo interessante e coerente) e soprattutto Whittaker. Se da un lato siamo riusciuti (più per la bravura dell’attrice) ad intravedere la sua capacità di portare il peso di un’icona così particolare, dall’altro abbiamo visto un Dottore senza caratterizzazione, senza storia, senza sviluppo, impegnato solamente a correre, fare battutine (a volte neanche così divertenti) e risolvere i casi della settimana con una logorrea francamente insostenibile (e stiamo parlando del Dottore, personaggio che ha fatto degli spiegoni un marchio di fabbrica).
C’è poi un ulteriore aspetto che ho trovato fastidioso, per non dire quasi offensivo: com’è possibile che in dieci puntate questo Dottore non abbia MAI affrontato (se non in una blanda ed ignorabile frase nell’episodio The Whitchfinders)  la sua trasformazione in femmina? Voglio dire: per un personaggio che è stato maschio per millenni (perché il Dottore ha più di duemila anni!) una battuta sul potere inesistente delle donne ai tempi della caccia alle streghe non mi pare davvero sufficiente a rappresentare l’enorme, ENORME cambiamento che c’è stato. Anzi, fa quasi spavento la superficialità che ha permesso di non affrontare proprio per niente la rigenerazione in sé, quando nelle passate incarnazioni il Dottore ha sempre dedicato almeno un episodio intero a scoprire il suo nuovo corpo e le sue nuove capacità (ed il passaggio è sempre stato da maschio a maschio, figuriamoci quanto interessante – e divertente – sarebbe stato il conflitto interiore – ed esteriore – di un Doctor che si ritrova in un corpo femminile!).
Cari autori, il problema del sessismo non si affronta semplicemente inserendo una donna in un ruolo storicamente maschile: caratterizzare un personaggio femminile in modo così superficiale, non trattare minimamente le differenze, anche fisiche, tra uomo e donna, non dare ad un’attrice la possibilità di esprimere il proprio talento in un ruolo all’altezza delle sue capacità, questo sì che è sessismo!

Forse tutto questo non si può risolvere con un semplice cambio della guardia (di Chibnall, insomma). Forse davvero, per evitare ulteriori danni, sarebbe meglio ammettere di non avere più idee e chiudere bottega.
Del resto, lo stesso Moffat una volta ha detto che la serie sarebbe potuta durare fino al 2020. Indovinate un po? La prossima stagione uscirà proprio quell’anno…

La VERA ragione per cui va tutto a p…..e

The fundamental cause of the trouble is that in the modern world the stupid are cocksure while the intelligent are full of doubt.

(La principale causa dei problemi è che al mondo d’oggi gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.)

Bertrand Russell, ‘The Triumph of Stupidity’, 1933

Se non avete voglia di leggervi la mia argomentazione alla frase di Russell che pubblico in apertura dell’articolo, sappiate che avete già trovato la risposta al suo titolo. Non credo sia una frase poco nota, si sarà vista ogni tanto, in qualche post di qualche individuo disturbato dalla presenza del prossimo (anche se solo temporaneamente; poi ci sono quelli che no, proprio non ce la fanno e ogni giorno devono rimarcare quanto gli altri siano imbecilli perché non la pensano come loro; tra parentesi, ammetto che a volte è capitato anche a me di far parte di questa categoria).

Il fatto è che mi pare davvero, DAVVERO, la cosa che più si avvicina ad una spiegazione, tanto breve quanto completa, del problema principale di questi nostri tempi.

“Dove sono i giusti? Che fine hanno fatto quelli che si oppongono, che combattono i soprusi a suon di parole, talmente belle e forti che è impossibile per l’avversario ignorante ribattere? Perché la tv, i social, i media in generale sono pieni soltanto di persone che non sanno, che la sparano grossa, che hanno la faccia tosta di presentarsi davanti a milioni di tele-video-socialspettatori e di imprecare senza vergogna, raccontare balle, dire fesserie anti-scientifiche ed anti-storiche? Perché si vedono solo, e sempre loro?”. Spesso si sente pronunciare qualcosa del genere, o comunque molti non lo dicono, ma lo pensano. Abbiamo già imboccato la strada maestra della questione.

Fin dall’antichità, i grandi pensatori, i filosofi, gli intellettuali, gli studiosi, o anche solo le semplici persone di buon senso, ci hanno detto (e hanno dimostrato) una cosa fondamentale: il dubbio è insito nell’essere umano, e più una persona è intelligente più è normale che dubiti. Ora, non sto dicendo che uno che non si pone domande sia per forza stupido (non si può passare la vita ad arrovellarsi su questioni esistenziali, bisogna anche godersela un po’!); certamente ci sono diversi gradi di dubbio, ma essenzialmente… sì, se passi la vita senza mai domandarti cosa c’è che non va, se è possibile un mondo diverso, se tu, sì proprio TU, non stai per caso commettendo qualche errore, ecco forse c’è qualche problema.

Ci hanno insegnato che il dubbio è da eliminare, che bisogna essere sicuri di sé, tirare dritto per la propria strada e fregarsene dei giudizi e dei suggerimenti degli altri. E in parte è anche giusto, non fosse che questo è diventato il modello di pensiero cardine della nostra società. Ed è un modello stupido. Non so se avete presente la scena in cui Homer Simpson, nonostante sappia benissimo che manchi la luce nella cantina, continua a cadere dalle scale (se non l’avete mai vista, eccola). Quando si parla di stupidità si intende proprio questo, la mancanza totale di riflessione in merito ad esperienze, insegnamenti, ostacoli e problemi. Ad uno stupido non può mancare il coraggio di andare in diretta televisiva, o collegarsi ad internet, e spararla grossa, perché uno stupido non pensa nemmeno che questo possa essere un problema. Una persona intelligente dubita, si fa domande, si chiede “ma vale la pena che dica questa cosa? E se poi sbaglio? E se poi non sono abbastanza preparato?”.
C’è però un altro grosso problema: che i dubbiosi del nostro tempo sono TROPPO dubbiosi. Non penso affatto che il mondo, e l’Italia nello specifico, sia vuoto di saperi, di nuove idee, di potenziale che possa davvero, DAVVERO cambiare le cose. Semplicemente, io credo, le persone che possano esprimere questo potenziale non sono abbastanza sicure per intraprendere la strada dell’esposizione, o perlomeno, l’esposizione mediale main-stream che permetta loro di farsi conoscere alla, chiamiamola così (passatemela), grande massa.

È vero anche che chi sovrintende i maggiori media sono persone a caccia della novella facile, e lavorano a contatto con un altro concetto cardine del nostro tempo: la velocità. Una persona che pensa, che elabora, che cerca soluzioni, non è una persona veloce, e può anche presentarsi come noioisa, poco attraente per i canoni intellettuali a cui siamo abituati. I dubbiosi, quindi, si trovano da soli con le loro domande, cosa che non fa che aumentarne perplessità e titubanza, e quindi la percezione, loro e di tutti, che questo mondo sia ormai governato dagli stupidi.

NON E’ COSÌ.
Semplicemente, la rappresentazione del mondo ci fa credere che lo sia. Servirebbe più coraggio da parte dei dubbiosi, e questo coraggio lo si può ottenere cercando di darsi man forte, di unirsi e stare insieme, di cercare e cercarsi attraverso canali alternativi, seguire e seguirsi, volendo bene e sostenendo gli insicuri, che sono proprio coloro che potrebbero cambiare le cose. Solo così, un domani che potrebbe anche essere più vicino di quanto pensiamo, avremo la percezione che il mondo non è pieno di cretini, e il potenziale inespresso dei nostri talenti potrà finalmente affiorare.

 

Pensare un pensatore

Tirare in ballo Pasolini.

Solo per aver visto un post su internet. Quanto deve essere patetico. Pensare ad un pensatore, a quel pensatore. Oggi, un secolo che ci divide. Due epoche, due mondi. Non sapere in realtà nulla di lui, di quel mondo. Io l’ho sempre pensato con timore, e anche fascino. Il timore di qualcosa troppo alt(r)o per essere toccato; il fascino di seguire una strada alternativa, di abbracciare il diverso, di non avere paura di esprimere il proprio scontento nonostante il benessere.

Ora non c’è più niente.

Delle volte penso a lui, e a tutti quei “morti prima del tempo”: nessuno è morto prima del tempo, ed è difficile immaginarli vecchi oggi, sempre. Credo che semplicemente siano stati troppo grandi per questo mondo. Lo erano allora, lo sono oggi.

Ma Pasolini ha qualcos’altro. Qualcosa che non si può esprimere a parole, perché anche solo tentare vorrebbe dire fare finta di averlo compreso un po’. E non si può comprendere davvero Pasolini, sarebbe da ipocriti e irrispettosi. Bisogna invece ammetterne l’intoccabilitá, la lontananza.

Del resto scrivo da un cellulare un pensiero su un uomo solo perché un post su internet mi ha ricordato che oggi è l’anniversario della sua morte…

Come si possono rapportare due mondi così diversi, così lontani, senza cadere nell’insulto?

Le due generazioni

Mi ha colpito molto un momento della trasmissione Le parole della settimana, andata in onda lo scorso sabato. Lo scrittore Massimo Gramellini ha ospitato, come di consueto per il programma, una persona comune, invitata a raccontare dei suoi problemi, relativi a difficili condizioni lavorative e sociali. Il signore, un sessantenne di nome Filippo, lamentava la possibilità di perdere il lavoro: è un operaio occupato nella realizzazione del terzo valico della TAV di Genova. Come sappiamo, nelle scorse settimane si è parlato molto di TAV, in quanto il Movimento Cinque Stelle, attuale partito di governo, in campagna elettorale ne ha promesso la chiusura.

Dice il signor Filippo a Gramellini: «Io voglio continuare a lavorare, arrivare alla pensione – gli mancano pochi anni – con dignità, perché il lavoro porta dignità». Continua dicendo che il problema non è solo suo, ma delle 2500 famiglie che contano su quel lavoro, importante anche per la comunicazione tra Italia ed Europa.
«Io non voglio il reddito di cittadinanza – altro cavallo di battaglia della campagna pentastellata – personalmente per me sarebbe quasi un’offesa. Io voglio alzarmi alle 4 e mezza, andare a lavorare, tornare stanco la sera, andare da mia moglie, darle un bacino e andarmene a letto soddisfatto».
La frase chiave è, insomma: “Il lavoro porta dignità a una persona. Senza lavoro che dignità possiamo avere?”

Fin qui non ci sarebbe nulla di assurdo o incomprensibile, anzi: rivendicazioni giuste, sacrosante, che dovrebbero essere ascoltate e comprese.

Il signor Filippo ha anche un figlio di 27 anni, disoccupato, e Gramellini allora chiede: «Per suo figlio, che è giovane, lei questo reddito di cittadinanza lo vedrebbe volentieri?»
Risponde il signor Filippo: «Per i ragazzi il discorso potrebbe essere… Perché d’altronde a 27 anni trovarsi a casa, non avere la possibilità […]. I ragazzi dicono “Bè, intanto prendiamoci questo, almeno, non lo so, una serata ce la facciamo, ecco”. È un po’ un discorso tra le nuove generazioni e le vecchie. Ma la gente della mia età vuole la dignità del lavoro».

Eh già, la gente della sua età.
Le nuove generazioni invece no, vogliono il reddito di cittadinanza. Perché le nuove generazioni sono nate senza conoscere cosa voglia dire spaccarsi la schiena dalla mattina alla sera in un cantiere, le nuove generazioni possono starsene a casa, tanto il reddito di cittadinanza le copre, non hanno un’etica del lavoro.
Davvero un gran bel giudizio, specie se rivolto da un padre verso il proprio figlio!

Il signor Filippo ha circa l’età di mio padre, suo figlio circa la mia. Mi sono immaginato mio padre fare un discorso del genere. Dire che la sua generazione è quella che ha bisogno della dignità del lavoro, mentre la nostra del reddito di cittadinanza. E mi sono sentito triste e arrabbiato.
Può darsi che il signor Filippo si sia espresso male, ma queste affermazioni sono francamente inaccettabili. Sì, perché se già conoscevo la rassegnazione di molti ragazzi della mia generazione rispetto alla prospettiva di una vita lavorativa sicura, ora constato che anche i nostri padri, i nostri genitori, decretano la nostra impossibilità non solo di trovare lavoro, ma di ottenere la tanto blasonata dignità che invece loro (solo loro), la loro generazione, hanno conosciuto, conoscono e devono assolutamente mantenere.

Ahinoi, alle nuove generazioni il lavoro e la nobilitazione che esso può dare non interessano proprio! Siamo nati così, evidentemente, siamo (stati) cresciuti così (dalla generazione del signor Filippo, tra l’altro).
Caro signor Filippo, non sarebbe stato meglio dire una cosa banale come «mi piacerebbe continuare a lavorare e andare in pensione normalmente, permettendo ai miei figli di iniziare la loro vita»? Tornando ad un esempio personale, mio padre si è messo in prepensionamento (rinunciando anche ad un fetta del guadagno pensionistico) proprio per permettere l’assunzione di nuovi, giovani lavoratori nell’azienda in cui ha lavorato per 40 anni.
Il lavoro appartiene davvero solo alle generazioni passate, e a noi spetterà un altro tipo di sistema, un altro tipo di vita non basato sulla dignità del lavoro? Oppure, semplicemente, stiamo ancora una volta generalizzando e descrivendo le nuove generazioni come sfaticate, egoiste, incapaci di adattarsi al mondo del lavoro (che, è pur vero, continua ad avere delle regole e un funzionamento per lo più novecenteschi, almeno in Italia)?

D’altro canto, lo stesso signor Filippo si lamenta della politica attuale, composta da «furbi che vanno a scuola per imparare a fregare la gente, mentre i politici di un tempo avevano la passione», e rivela di aver votato Cinque Stelle nonostante sapesse che nel programma era prevista la chiusura della TAV («sì, sapevamo, giravano queste voci…»). Questo dovrebbe darci la misura, dimostrarci che anche nella loro generazione, così tanto attenta, operosa e in cerca di dignità, si annidano quella superficialità e quell’egoismo di cui spesso sono accusati i loro figli.

Buonasera e buonanotte

“Buonasera e buonanotte”.
Disse tra sé il tale mentre cercava di dormire.
Guardando la finestra (c’era la luna luminosa gialla). La finestra con le persiane di legno, quella.
Il letto era sempre quello da quarantacinque anni, quello che gli piaceva tanto quando era bambino. Ora lo odiava – non da ora, da almeno trenta.
Però ci dormiva (quando dormiva), perché sarebbe stato molto spiacevole cercare un altro letto da qualche altra parte. Spiacevole e decisamente poco economico. Lui non aveva soldi suoi, dopo tutto. Dopo tutto quello che aveva cercato di combinare nella vita, ecco, dopo, dopo che aveva fatto tutto, ma lo stesso si ritrovava in quel letto.
Non si girava perché tanto non sarebbe servito, al massimo gli sarebbe venuto caldo.
Anche se la finestra era aperta, anche se fuori faceva freddo. Lui aveva caldo. Aveva quasi deciso di accendere il ventilatore, quella notte di inizio ottobre, ma si era ricordato che l’aveva lasciato in garage. Era lì da quando aveva tentato di aggiustarlo col martello – che chissà perché stava solo in un comò del garage. Non aveva pensato di portare il martello dal ventilatore, aveva portato il ventilatore dal martello. E poi aveva lasciato lì entrambi. Senza aggiustare nulla. Perché? Non lo sapeva. Ultimamente gli capitava di iniziare una cosa e poi improvvisamente non avere più voglia di continuarla. Poteva capitare anche per cose che non c’entravano col lavoro: iniziava a mangiare un panino al prosciutto e lo lasciava mezzo morso vicino al frigorifero; si apprestava a pulire la camera e poi si ritrovava col pavimento spazzato a metà. Per non parlare di tutti i libri iniziati, di tutti i finali mai visti di film.
Non sapeva neanche più da quanto tempo questo fatto si verificava. Se ne era lamentata anche la vecchia, quando si era accorta che i panni non venivano più lindi come un tempo, e i pasti erano sempre più scadenti. Si stupì accorgendosi di come in effetti, data la sua propensione a non portare a termine niente, quel vizio fosse l’unica cosa costante che gli era rimasta nella vita.
Quella vita spesa. Spesa a fare la spesa. Tutte le settimane, con una carta di credito non sua, in un negozio che odiava, fra gente che odiava. Chiunque frequentasse quel negozio diventava automaticamente qualcuno da evitare, nel mondo esterno. Chissà quante possibili relazioni aveva evitato. Ma odiava quel negozio, odiava la gente in fila alla cassa, odiava le donne. Gli piacevano, in quanto uomo, ma le odiava. Erano esseri umani anche loro, purtroppo.
“Buonasera e buonanotte”.
Disse tra sé il tale mentre fissava uno spiraglio di luce lunare riflesso sul vetro della finestra.
Non osava guardare l’orologio, meglio non sapere che ore erano.
Non che non avesse dormito, ma come tutto, anche quella era una cosa che non portava a termine. Così, come tutte le volte, era disteso, immobile, sveglio, sul letto, il solito da quarantacinque anni, nella stessa stanza da quarantacinque anni.
Poi la vecchia si alzò, nel cuore della notte, e nel buio corridoio camminò. Questo il tale immaginò, sentendo rumori oltre la porta chiusa della sua stanza. I passi dei piedi scalzi e raggrinziti, quelli che conosceva fin troppo bene; quelle caviglie deboli, le vide senza vederle; immaginò il suo lento tragitto verso il bagno, o la cucina. La vecchia, la strega, la commissaria. La donna che lo aveva cresciuto e che ora era il suo conto in banca.
Un figlio rispettoso rispetta. Lui forse un tempo lo aveva fatto davvero; poi, come molte cose della sua vita, aveva smesso. Ecco perché non si sorprese quando si accorse di non essere minimamente preoccupato dopo aver udito il tonfo. Sordo, come di qualcosa caduto dal cielo, e forse aveva anche tremato un poco la casa (del resto, pensò, come può reagire una casa alla forza dell’impatto con un corpo del genere? Minuscolo e debole, ormai, ma solo fuori: dentro inarrestabile, caricato a molla da esperienze, imprecazioni, disgusto, invidia, cattiveria, civetteria, risentimento, dolore, rimpianti. Una perfetta macchina da guerra.)
Ecco perché non si alzò, anche se avrebbe dovuto farlo. Una parte di lui lo sapeva bene, senza di lei non poteva andare avanti. E si era preoccupato di questo per anni. Poi, ovviamente, aveva smesso. Precisamente in quel momento.
Ecco perché non si alzò ed ecco perché un sorriso gli si formò sopra il mento.
Buonasera e buonanotte.