Recupero

Anche questa volta Kayla aveva evitato il precipizio. Ma il salto si era dimostrato più arduo del previsto, e quando si rialzò da terra la gamba aveva ricominciato a dolore.
«Dannazione a te, Cris» disse tra sé, «nuovo gel curativo un cazzo! Che roba mi hai spruzzato stavolta?!».
Cris era il medico di bordo, un ragazzetto di 19 anni che era lì perché tutti dicevano fosse un genio (del resto come si può definire un tipetto pelle e ossa che si laurea col massimo a 13 anni?). Era giovane, sacrificabile, soprattutto, un po’ come tutti loro in quelle missioni.
Kayla aveva ormai 30 anni, ci aveva fatto l’abitudine a sentirsi quasi come carne da macello per le missioni della Compagnia. Non ci faceva più caso, non protestava più come quando a 20 anni la mandavano a lanciarsi da 10 km di altezza verso il pozzo di fuoco di un qualche mondo alieno. E, col senno di poi, a cosa sarebbe servito protestare, anche allora? «Questa è la vita che hai scelto, prendere o lasciare». O lasciarci le penne, aggiungeva sarcastica ogni volta.
Ma andava bene cosí. Avventurarsi in mondi extraterrestri non era per pappemolli e protestatari di ogni ora.
La sua vita, inutile dirlo, le piaceva, le era sempre piaciuta. Dolore alla gamba o meno.

Ora si trovava di fronte ad un largo portone di pietra e legno.
Che cliché, pensò. Sarebbe quasi una missione come tante altre, una palla mortale. Non fosse che questo giro dentro quel portone non c’era un antico reperto di una civiltà estinta da millenni, né una risorsa mineraria capace di salvare indigeni incompetenti per i prossimi 500 anni. Là dentro c’era una cosa che per Kayla aveva un valore molto più… personale. E la Compagnia, infatti, si sarebbe incazzata non poco.
Sì avvicinò al legno massiccio e abbastanza decomposto di quell’immensa struttura, alla ricerca di un modo per aprirla. Lo vide: un piccolo dispositivo nascosto sotto una crepa, in basso a sinistra. Tirò fuori i guanti di metallo leggero dalla tasca e li indossó. L’orecchio sinistro emise un bip, e il visore radar si materializzó velocemente dinnanzi al suo occhio.
«Eccoci ancora, che noia questa parte». Lo avrebbe detto, non fosse che quella non era una missione come le altre. Non poteva permettersi errori.
Il visore indicò alcuni numeri che solo lei capiva, e che la aiutavano ad orientare la mano dentro la crepa. Cercava ovviamente la serratura. Valli a capire ‘sti alieni come hanno messo su ‘sta cosa.
Di solito c’era uno schema, c’era sempre. Bastava che il visore, a contatto con il tocco della sua mano, confrontasse ciò che sentiva al tatto con tutte le migliaia di combinazioni storiche già registrate nell’archivio della Compagnia, e il gioco sarebbe andato avanti da sé.
«Arriverà il giorno in cui troveremo qualcosa che l’archivio non ha in memoria». Poi, però, il pensiero la atterrì, e il suo cuore quasi si fermò.
«Fa che non sia oggi quel giorno. Non DEVE essere oggi!».
Qualcosa scattò e il portone si aprì. Kayla emise un sospiro.

Davanti a sé non c’era molto: uno stanzone di pietra circolare con al centro una strana struttura piramidale che emetteva fasci di luce bluastra. E all’interno di questi fasci, quasi come sospeso in aria, addormentato, c’era lui.
Il bottino. Il suo bottino. Kayla si avvicinò alla struttura lentamente, stando attenta che attorno a sé non sbucasse qualche elemento improvviso e inaspettato. Le cosiddette trappole, o meglio quelle che una volta chiamavano trappole. Ricordava quella e altre parole antiche e francamente ridicole dai file di Indiana Jones che le avevano fatto vedere a scuola, da bambina. Fare lezione sulle avversità dei mondi alieni paragonandoli a scenografie di vecchi film di due secoli prima non era ancora stato cancellato dal programma di base. Lo facevano studiare anche ai coltivatori che crescevano in quei giorni, pur sapendo che non avrebbero mai visto né un solo alieno, né un solo mondo che fosse così diverso da Casa.

La figura all’interno del fascio di luce si mosse. Aprì gli occhi lentamente, svegliandosi. Riconobbe la donna che si stava avvicinando.
«O Cristo santo, sto ancora sognando!». E fece per richiudere gli occhi.
«Ci sono, ci sono, coglione», disse Kayla, lo sguardo concentrato a terra e alle pareti di roccia, mentre stava attenta a dove metteva i piedi, e intanto il suo occhio osservava i dati del monitor.
«Non può averti mandata la Compagnia. Non dirmi che l’hai fatto davvero…»
«Certo che non mi hanno mandata, che logica! Adesso sta zitto o ti lascio qui», rispose lei.
Kayla era quasi presso la piramide, e poteva ora vedere chiaramente il volto dell’uomo. Aveva qualche ferita alla fronte e alla guancia. Per il resto sembrava stare abbastanza bene, solo un po’ tramortito. I suoi bellissimi occhi chiari le dicevano che era tutto ok.
«Avanti, sono stufo di levitare. Credono che sia figo, che ai prigionieri faccia piacere, li faccia sentire… non lo so… degli angioletti?».
«Non sanno manco cosa sia un angelo. Aspetta un minuto».
Kayla aveva notato una piccola apertura in basso, poco al di sotto della piramide, quasi nascosta. L’aveva segnalata anche il radar, ma in realtà l’aveva notata prima lei, con la coda dell’occhio.
Qualcosa non andava.
Di solito era tutto molto semplice: trappole ovunque, arrivi al bottino, lo prendi e vai. Umano o oggetto materiale che sia. No, troppo facile.
Che cliché.

Kayla si inginocchió e zoomò col visore per vedere meglio cos’era quella roba.
«Aaah, c’è il trucco qui!», esclamò.
«Ma insomma, cosa stai aspettando? Sono qui, io!», si fece sentire lui.
«Sta zitto, tu, arrivo!». Toccò un pulsante rosso, se ne accese subito uno verde a fianco, che non sarebbe stato visibile fino ad un attimo prima, era ben mimetizzato nella roccia. Kayla premette anche quello. Un rumore strano provenne dall’alto, dalla sommità della piramide. I raggi cominciarono a sfrigolare.
«Che cazz…» stava dicendo lui, ma non fece in tempo.
«Ci vediamo, è stato bello conoscere uno che non esiste», disse Kyla.
Davanti ai suoi occhi, l’uomo scomparve, risucchiato dai raggi blu che si restrinsero velocemente. Nessun grido. Scomparve e basta.
«La trappola. Che stronzata», disse Kayla.
Dietro di lei si aprì una parete di roccia. In una nicchia al suo interno stava, sdraiato a terra e addormentato, sempre lui, che però non era il lui di prima. Quello era il vero lui.

Kayla si avvicinò, stavolta velocemente. Sapeva che da lì in poi sarebbe stato più facile. Si chinò su di lui.
«Bell’addormentato, un bacio non te lo do, ti svegli da solo!».
Lui aprì gli occhi, di nuovo. Stavolta erano gli occhi veri. La vide e ne rimase stupito.
«Che diavolo succede? Perché sei qui? Ti sei completamente rincoglionita?»
«Buongiorno anche a te, Capitano. Come lo vuoi il caffè?», disse Kayla.
Lo aiutò ad alzarsi. Non camminava bene, per cui gli permise di mettere un braccio sulle sue spalle per poter procedere, con calma.
«Oggesù! Questa è bella!», disse lui guardandosi attorno e poi guardando lei. Un sorriso amarognolo gli si formò sulla bocca. Sospirò e riprese a guardarsi attorno.
Mentre si muovevano verso l’uscita, notò la struttura piramidale dove poco prima levitava il suo doppione.
«Videotipi. Ancora con queste cagate! Glielo abbiamo insegnato noi come farlo, pensano che ci caschiamo?» disse Kayla.
«Le trappole qua non sono pensate per noi, perché noi semplicemente non dovremmo stare proprio qui», fece il Capitano.
«Sono d’accordo», rispose lei, sarcastica.
«Cazzo, Kayla, ma perché? Devi essere impazzita del tutto. Eri già scema, ma non pensavo fino a questo punto. Mi dovevi lasciare qui, la Compagnia ti ammazzerà», fece lui, brusco.
«Non so se gli conviene, sono la migliore. Di te possono anche fare a meno, di me no di certo», ribatté lei, ignorando la sua preoccupazione e continuando a procedere verso l’uscita con lui al fianco. La gamba aveva ricominciato a pulsare.
«Territorio proibito, recupero di un disperso non civile non necessario. Hai scordato le elementari?», pareva sempre più arrabbiato man mano che si riprendeva dal sonno indotto.
Lei tacque, ormai l’uscita era a due passi.
«Si può sapere perché l’hai fatto?», chiese il Capitano.
Kayla si fermò, obbligando anch’egli a farlo. Lo guardo profondamente, il viso impassibile.
«Perché ti amo, coglione».

Un boato assordante dal cielo.
Il soffitto di roccia esplose, tanti pezzi caddero giù. Kayla e il Capitano erano a terra, si coprivano le teste con le mani.
Polvere e detriti impedivano una visione lucida della situazione. E anche l’udito era fuso, a seguito dell’esplosione.
Un rumore di un mezzo aereo in ingresso nell’area indicò l’arrivo di una nave spaziale.
Quando avvertí che le rocce non stavano più cadendo a frotte, Kayla, stesa a terra di pancia, si voltò rapidamente sulla schiena. La prima cosa fu avvertire il ritorno del dolore alla gamba, cosa che le fece digrignare i denti. Il gesto automatico di estrazione della pistola non poteva essere compiuto, semplicemente perché non si era portata una pistola. Pianeta non armato classe B2, solo utensili, trucchi mentali e scariche elettromagnetiche. Una pistola non si portava mai in questi casi.
Che cliché.

«Questi sono loro?», chiese Kayla urlando, e non aspettandosi una risposta.
Dall’alto, non si capiva bene dove, una voce amplificata da un megafono tuonò:
«Racat numero matricola 719cim, nome: Kayla Pervadi; Capitano Marco Nicolesy…»
«No, peggio», fece il Capitano a Kayla.
«La Compagnia Interplanetaria vi dichiara in stato di arresto per violazione del codice 721 della legga sulla convivenza pacifica», tuonò, e concluse, la voce divina.
Il Capitano Nicolesy, da terra, non poté che squadrare Kayla, sdraiata poco lontana da lui, severo.
Kayla non poté che tirar fuori quel suo solito ghigno insolente.
Stava naturalmante pensando che fosse tutto un grosso, noiosissimo cliché.

senza titolo (da Instagram)

Mi immagino un sogno sereno. Non colpito
da un risveglio brusco, lampante, una luce accecante.
Solo un respiro, aria fresca e pazienza.
Attimo dopo attimo, con serena lentezza.
Non più accavallarsi di paure e ansie
e dolori allo stomaco,
sentendo qualcosa di irrimediabile e pericoloso.
Qualcosa di minaccioso, no, solo l’aria e il verde,
la calma e l’interiore.
Non voglio l’infinito, voglio il momento su una sedia, ad
osservare la calma, a farla mia,
abbracciare un senso nuovo, fresco, accogliente, che
mi vuole bene.
Che pensa a coccolarmi, ma non a viziarmi,
che mi dà il fiato e il nutrimento di cui ho bisogno.

Poi spetta a me,
spetta a me sganciarmi e partire, o ripartire
dopo l’ennesima caduta lancinante.

Il dolore mi seguirà, sarà mio compagno,
ma non lo temerò. Sarà mio ospite, sarà a me devoto,
non lo ignoreró, ma non sarà il padrone di casa.
Lo tratterò con rispetto, come lui tratterà me.
Cammineremo insieme, e poi si vedrà;
chi seguirà i passi, la via dell’autoperdono.

Ricucirsi le ferite, comprendere, respirare di nuovo,
di nuovo riprovare.
Non si finisce mai.

Un.o

Possiamo essere soli, o diventarlo in un attimo, se non pensiamo più, o anche se pensiamo troppo, soprattutto.

Ogni uno è solo, ogni uno si deprime. Ogni uno che palle sta storia, ogni uno senti lascia lì, ogni uno sei un gran cagacazzo, ogni uno non ho capito.

Ognuno ha le sue pare, certo, così pare. Pare nelle pareti, parenti imparentati apparentemente ma non apertamente.
Tutti fratelli, tutti giovani e belli, tutti alti e snello, come in dei bordelli.
Non c’è tempo, tutto corre e nessuno corre da vero, dobbiamo solo saltare sul tnero, stare al passo al passaggio del passaggio di un qualche panfilo non più all’ormeggio.
Farci un omaggio, tentare un ammaraggio, soli, solitari e solipsisiti (e chi ha stipsi se lo tenga per sé, se può).

Salvagente, salvame.
Solitari giocando a dadi, giocando coi rami, con i resti di quel che resta nella foresta, che rest-a;
se fai domande non sono più tuo amico, hai sentito?
Mi stai antipatico, sei come me.

Scritto nelle storie di Instagram…

Mi torturo.
È bello, farsi torturare da sé stessi
Facendo finta che sia un altro a farlo
Non esiste che ti chiami
Non esiste.

Se, domani,
Saprai tu cosa fare delle chiavi,
Non c’è un sogno, stanotte.
C’è solo guardare, respirare e sperare
Un senso che si trova tra parole immaginarie,
Aria fritta che mi inebria e poi dimentico,
Guardare e non toccare
Toccare e non avere
Avere e non potere.

Tanti luoghi che vedo,
Solo nel mondo, che rispecchia una foglia rossa,
Figlio di un’arte complessa,
che ragiona su te che reprimi l’angoscia.
Vorrei cambiare per cambiare te,
Trasformarmi in qualunque cosa vorresti
Sarebbe facile e indolore
Ma preferisco alternative.

Ha senso. No, ovvio.

(Ricordare e) ragionare

Ti penso perché. Perché ti penso.
Difficile buttare giù le parole, forse perché non servono quelle. Non sono così utili per descrivere questa situazione. Più le cerco, più desidero riportare quel che sento, più le parole non arrivano.
Non c’è un vero perché. Non dovrebbe esistere di solito, no?
Uno ci finisce, lì, e non sa bene perché. Razionalmente potrebbe anche capire di stare facendo qualcosa di sbagliato. Ma il petto, quel fastidio alla bocca dello stomaco e al petto, quelli hanno sempre più voglia del cervello di prevalere.
C’è speranza, sempre. Anche quando non ce ne dovrebbe più essere, tu la trovi. Non sai davvero che sta facendo, se andrà a finire bene, ma è proprio perché non lo sai che la speranza rimane in vita.

Perché. Se mi ponessi questo problema grosso, seriamente; ragionassi su delle vere cause. Ci deve comunque essere un perché, o una parvenza di perché, un minimo indizio che possa ricollegarsi ad un perché.
Perché ti ho scelto.
Fai parte di una categoria di persone che spesso mi affascinano? Hai dei tratti che ricordano qualche amore passato (spesso finito male o mai cominciato)? Può anche essere, francamente non lo ammetterei mai.
C’era qualcosa. La tua voce, intanto. Un po’ aggressiva, scazzata, sicura e ferma ma leggera, non una voce che assoceresti ad una ragazza fragile, qualcosa invece di potente e “dritto”.
Poi c’era quel vestito. Io non me l’aspettavo, e mi sbagliavo. Sai perché? Perché non ti avevo vista così, nelle mie aspettative, e solo ora capisco che quella era la cosa più “tua” che potevi indossare, non era sbagliata, ero io che non avevo capito. Eri tu, quella, sei tu quella.

E poi quella frase, e tutto quello che mi hai detto… cazzo, vorrei ricordare nel dettaglio tutte le parole, tutte le pause… ma è passato troppo tempo, e io ho fatto l’errore di lasciare tutto lì, in attesa, per quasi un anno, senza davvero capire chi eri.
Sono pentito, ora che non ti posso raggiungere, vorrei ripetere quel giorno, forse più di una volta, solo per ascoltare meglio, cogliere le pause, il tono; non cercare di giocare, ma ascoltarti più attentamente, e guardarti negli occhi mentre racconti.
E ricordare, una volta tanto, ricordare e ragionare.

Sul perché ti penso oggi, e sto male se non ti penso. E sorrido quando vedo una tua foto, anche una in cui appari di sfuggita. Sorrido perché ti so viva, e bella mentre fai le cose che fai e vivi la tua vita, mentre io non so bene cosa sto aspettando, non so bene come comportarmi perché vorrei che fosse tutto perfetto.
Vorrei dirti le parole giuste, quelle che ti facciano capire che a te ci tengo, che non sei un pensiero sfuggente, ma qualcosa che voglio che resti lì, ad attaccare la pancia e il petto.
Ma poi non vorrei parlare, vorrei che parlassi tu. Ti conosco ancora poco, e ho un’immagine che è più un mix tra la te immaginata e la te indagata.
Ho bisogno di una sintesi, di aggiungere la te vera.
Ma mi lascerai entrare? Mi permetterai di capirti, o di tentare di farlo? Io lo voglio fare, con tutto il cuore.
Cosa dici?

senza titolo

Mi manchi.
Come in sogno, o in sogno ti ho vista l’utima volta.
Mi manchi e vorrei che fossi qui. L’abbraccio è caldo, il cuore batte forte, ma è solo pensiero.
Ho paura, temo la tua mancanza.
Temo un’illusione.
Domani mi sveglierò pensandoti o avrò già dimenticato?
Domani chi sognerò se non mi mancherai più?
Vorrei tanto poterti vedere, anche da lontano, non fa niente. Guardare che fai, scrutare i tuoi movimenti veloci che faccio fatica a seguire.
Ti ho vista quando facevi i bagagli. Tutto molto normale, zero impedimenti, zero costrizioni.
Ho fatto un disegno di te che non esisti. L’immagine di un’altra figura ennesima silhouette nera atroce e buia in cerca di bontà.
Voglio che mi manchi, voglio ripeterlo più volte.
Sono noioso e tu sei veloce. Se scappi, ritorni poi?
Io non sono bravo ad aspettare.
Tu mi manchi, ma io ti manco. Nessuno ti prende.

Adultezza

È sparito ogni riferimento all’età adulta: da ragazzino ti chiedevi come sarebbe stato essere adulti, se si sarebbe diventati più seri, più “misteriosi” anche, più impenetrabili e sicuri. La verità è che sei cambiato, ma ciò che hai perso nel passaggio te lo ricordi poco. Alcune cose sì, e infatti ci ridi sopra o rimani incredulo della tua “stupidità” di allora. Ma non ti senti adulto, proprio per niente, ti senti solo come una “continuazione” di quello di prima, con più pare, o forse meno, o forse semplicemente pare diverse. Non riesci più a ricordare cos’era pensare di diventare adulto.

Adesso che lo sei, adulto, non pensi di esserlo, adulto, e anzi ti domandi cosa fa di te un adulto. È vero che la nostra generazione del cazzo, forse più di altre, ha questo problema con il passaggio, perché di fatto si vive in molti in questa condizione di eterna precarietà tipica dell’adolescenza, del non sapere bene cosa si sarà. Adolescenti perenni, adultescenti direbbe Ammaniti. E però la nostra è un’adultescenza diversa da quella dei tardo X. È più cinica, disillusa, più “dark side”, e quindi a volte più sarcastica e ironica.
Più “bambina”, quindi?

Ci sono diversi modi di vedere la fanciullezza nell’adulto: è la parola “maturità” a caratterizzare sempre quello che pensiamo dell’età adulta. Siamo adulti bambini? Certamente! Ma non perché sfuggiamo alle nostre responsabilità (come fanno molti tardo X), ma perché in un certo senso siamo costretti a mantenere viva qualche fiammetta infantile.

Non esiste in italiano un termine unico per chiamare l’età adulta (in inglese ad esempio si può dire “adulthood“). Esiste la fanciullezza/l’infanzia, l’adolescenza, la gioventù/giovinezza, la vecchiaia. L’età adulta cos’è? L’adultezza?
Vorrà forse dire qualcosa, questo piccolo dettaglio (tutto italiano, eh). Forse non esiste davvero l’età adulta, così come non esiste un modo univoco e chiaro di definire gli aspetti che fanno di una persona un adulto.

Da ragazzo pensavi ad una cosa (e trovavi le scuse per i tuoi errori di gioventù facendoli corrispondere ad atteggiamenti che un adulto non avrebbe mai avuto), ma ora che ci sei (e da anni) non è tanto chiaro, e probabilmente non lo sarà neanche dopo.

schermo. Una storia d’amore

Questa “storia” parla di te. E forse anche di molte altre prima, ma principalmente di te. Tu non mi conosci. Io non ti conosco, non fisicamente, almeno. Ti vedo ogni giorno sullo schermo, e mi piaci.
Mi piace come appari, chiaro. Non so davvero chi sei. Mi limito ad immaginarlo. Dalle foto che pubblichi, dalle smorfie e dai baci sulle guance alle tue amiche, dai tuoi vestiti scollati e i bicchieri in mano.
Potrei dire che mi stai simpatica, che ti trovo interessante, che mi fai tanto sorridere e anche ridere di gusto, a volte. Ma lo direi di una cosa non viva, di un’immagine, appunto, di un aspetto, che forse non è tutto te, ma solo una parte, anzi sicuramente lo è.

Quando ti piace la foto di un fiore, ti piace il fiore o la foto? Quando guardi un tramonto scattato da una fotocamera del telefono, riconosci e ami la luce e il colore rosso del sole di quel tramonto, o pensi a quanto ci è voluto per fare quella foto, in che posizione si è messo il fotografo, quanto ha dovuto aspettare?

Allo stesso modo, io vedo una tuo foto e vedo il fiore, vedo il tramonto, non vedo la macchina, né le prove che hai fatto per metterti in quella posa. Penso che, nonostante tutto, ci sei comunque tu, e anche se non è tutto, mi basta questo, in quel momento.

Ho fatto una cosa brutta (più volte). Ho salvato le tue foto. Le rivedo ogni giorno, e sorrido con le tue smorfie.
Forse qualcuno potrebbe considerarlo romantico, io per un po’ lo considero semplice appagamento. Poi mi sento in colpa.
L’amore cos’è, se non appagamento dei sensi? O almeno, quello che arriva per primo, poi si invecchia e si imbruttisce.
Le foto le cancello.

È brutto amare qualcuno che non si conosce. È brutto scrivere “amare” per chi non si conosce. Strani questi tempi, in cui ci innamoriamo di una immagine di qualcuno che non incontreremo mai.
Ci basta questo? A me basta?

No, non più.
Ho deciso che voglio incontrarti.
Ho deciso che voglio vedere se davvero sei tu, e se non lo sei, cosa manca a completare il quadro.
Ti prometto che cercherò di capire, di riempire con il contenuto che non avevo neanche considerato. Devo farlo valere, questo viaggio.
Se suonerò alla tua porta, tu mi aprirai?
E come mi presenterò? «Ciao, tu non sai chi sono, ma io sì. O almeno in parte. E so che sono stupido, ma ti amo. O amo quella parte.».
No, che schifo.
Porterò dei fiori.
Bah, dei fiori? Oggi? Ancora? Be’, perché no?
Cioccolatini? Nelle foto fai sempre ironia sul fatto che mangi troppo (non lo vedo affatto, sei perfetta, anche quella poca ciccia che ti dà fastidio ti dona. E comunque chi sono io per giudicarti?).

Porterò me. Già sarebbe un mezzo miracolo. Non ho pensato a quanto potrebbe essere difficile partire per una mezza sconosciuta.
Ma io ti conosco, sono sicuro che quel poco (niente) che so, sia sufficiente a giustificare questo viaggio.
Tu mi aprirai la porta? Mi lascerai entrare? Lascerai che conosca quello che manca?
Lascerai che ti deluda e tu deluda me?

Sono così orgoglioso da pensare che basterà la mia presenza, la mia voglia di conoscerti, a spingerti a voler fare lo stesso. Noi maschi facciamo così. Pensiamo basti sentire qualcosa perché l’altra provi quel che proviamo noi.

Questa storia d’amore inesistente, ancora non cominciata, chissà se mai comincerà. Potrei lasciarla qui, sullo schermo del telefono, e farla finire con il tempo e la stanchezza dei miei occhi. Passare al prossimo profilo che mi faccia sentire un pochino vicino a qualcuno, meno solo.
Oppure potrei…
Ma tu risponderai?

Perché.

Un post su Instagram del profilo delle Sardine: una scritta grande su sfondo leggermente sfocato che illustra una scena da “movida”, tante persone ammassate all’esterno di quella che sembrerebbe una tipica via storico-commerciale italiana. “PERCHÉ?”, recita la scritta.

Premessa.
Siamo tutti stanchi, chi più chi meno. Molti di noi sono ancora, per lo più, abituati (fortunatamente) a quel senso di contatto, di voglia di stare insieme, che questa quarantena ci ha praticamente tolto. Quando usciamo, soprattutto se siamo con altre persone, soprattutto se sono amici e sentiamo per loro sentimenti più o meno forti di vicinanza, di affetto, è normale, direi, lasciarsi andare: a risate, abbracci, battute, e perché no, a tocchi. È umano, e comprensibile. E questa cosa deve continuare ad essere.
È giusto che facciamo fatica, molta fatica, a non tenerci per noi queste cose, a non esprimerle. Manco ci pensiamo, quando siamo insieme, ci scappa e basta di farlo, perché, nonostante tutto, siamo ancora umani. E questo è bello, e sacrosanto. Per cui, prima di colpevolizzare, capiamo che anche le persone di buon senso non possono sempre resistere a questa frenesia della vicinanza, dell’umano.

Quel “perché” delle Sardine, però, chiaramente si riferisce ad altro (e basta leggere quanto scritto sotto l’immagine).
Perchè.

Ormai da mesi, diciamo pure da quando è iniziata questa storia della quarantena, abbiamo potuto tastare quanto fosse difficile per molte persone rendersi conto della gravità della situazione, e sopratutto accettare le costrizioni cui tutti siamo imposti da tempo. Già allora si sarebbe dovuto parlare non tanto del problema dell’accettare o meno le nuove regole di convivenza, atte al contenimento della pandemia, quanto della capacità di moltissimi individui di non rendersi proprio conto del problema.
Ho visto e sentito persone che andavano al bar senza avere la minima idea di quello che stava succedendo, e quando si faceva presente la situazione, cascavano dal pero come se non avessero mai accesso la tv, o letto un giornale, o un sito web.

Qua non stiamo parlando di credenze errate, di complottismi, di incomprensione. Stiamo parlando del fatto che là fuori ci sono un sacco di persone che proprio non si rendono conto… di nulla. Non della pandemia, non della quarantena, non dei danni economici che affronteremo: non hanno proprio capito niente, in generale.
E non capiranno, chiariamolo (e accettiamolo).

Perché? Perché abbiamo tirato su 2-3 generazioni (sì, non sono tutti giovani e giovanissimi quelli che si comportano male) di analfabeti funzionali il cui scopo è arrivare alla fine della settimana per potersi andare a stordire di alcol e droghe il weekend, e poi ricominciare da capo il lunedì successivo. Ci si diverte così, oggi, anzi: questo è il massimo a cui molte persone aspirano, ed è colpa di tutti se così è.
È colpa dei modelli sbagliati inculcati alle persone in 30-35 anni di perpetrarsi di edonismo ed egocentrismo anni ’80 (che hai voglia a dire «gli anni ’80 sono finiti», veniamo da un decennio che li ha fatti risorgere!); è colpa della superficialità e disattenzione con cui le famiglie italiane hanno cresciuto la prole, giustificando con l’ormai classico «sono ragazzi, se fanno qualche errore è normale», quando in realtà si voleva solamente sfuggire alla responsabilità di averla, questa prole.

Non c’è il collettivo, non esiste la comunità, per molte di queste persone. Esiste solo IO, l’adesso, il momento, il perdersi per non arrivare a pensare, che fa troppo male.
Non stupiamoci per questo. Non dobbiamo stupirci, perché qua stiamo assistendo alla resa dei conti: questa pandemia, con un senso dell’umorismo tutto suo, ci sta mettendo di fronte (finalmente!) a quello che siamo stati e che siamo.

La vera domanda non è “perché”, ma semmai: quindi?
Cosa vogliamo fare? E non intendo adesso, intendo dopo.
Con quale modello vogliamo sostituire quello che ci ha portati qui? Perché va sostituito, penso sia chiaro ormai.

Mi sembra non ci sia neanche stavolta (siamo pur sempre in Italia!) un solo pensiero su quello che sarà, o che potrà essere. Il fatto stesso che si pensi di mandare dei volontari (dei cazzo di volontari! Aridaje col dare responsabilità enormi a persone NON PAGATE), dei comuni cittadini, a “tenere a bada” la categoria sopracitata, mi sembra il segnale di come, anche stavolta, non ci sia la benché minima intenzione di progredire, o anche solo pensare di progredire.
Perché ok, questi individui, giovani e meno giovani, saranno anche quelli dell’io e dell’adesso, ma, in un modo diverso, lo sono anche i nostri governanti, figli anch’essi di tempi di vacche grasse e sprechi senza fine. Che ci hanno portato qui.

Forse, e dico forse, avremo bisogno di un conflitto. Quello che ci sta aspettando da anni e che è l’unico che rischia di scoppiare davvero: un conflitto culturale tra una parte della popolazione cresciuta con questo modello edonista, discendente da decenni di non-pensiero, e una parte (che attualmente vedo molto più debole) composta da chi gli si vuole opporre col pensiero, la ragione e (parolina magica) il buon senso.
Se ancora ne è rimasto.

Cambiere…no

Non intendo limitarmi, o autocensurarmi. Cercherò di esprimere il mio pensiero (le mie emozioni, più che altro) nel modo più sincero e chiaro possibile.

Abbiamo vissuto settimane di retorica, finto buonismo e frasi fatte sul concetto di cambiamento. Già dal giorno dopo l’inizio del lockdown, osservatori, intellettuali, giornalisti, chiunque avesse diritto di sentirsi importante, avevano già dato la sentenza: non saremmo usciti da questa pandemia nel modo in cui ci eravamo entrati. Questa vicenda ci cambierà, dicevano, impareremo nuove cose, saremo persone migliori e altre meraviglie.

Ora. Credo (anche se ho dei dubbi non piccoli) che sia possibile che nel mondo esistano dei Paesi e degli Stati seri, che da questa brutta storia trarranno conclusioni interessanti per poter cambiare alcune cose (alcune, eh, non tutta l’esistenza!), migliorarne altre che non hanno funzionato e non funzionano, nella lungimirante preoccupazione di future emergenze che possano essere affrontate in modi adeguati (diciamocela: ci saranno altre pandemie).

Non credo però che a questo gruppo di Paesi possa ascriversi l’Italia. Belpaese abituato ad intervenire a fatto compiuto, con pezze alla bene e meglio per tappare i buchi necessari al quieto vivere (non perché occorra farlo, ma per far tacere eventuali polemiche e rotture di scatole), fino alla prossima tragedia con morti e feriti. Mancanza di prospettive e visione del domani pari a zero, questo paese vive da decenni un eterno presente che non contempla altro che la sopravvivenza, il vivere giorno per giorno.

(Ponti e infrastrutture, terremoti, alluvioni, di cui il nostro Paese sarà sempre più vittima per la sua conformazione naturale: tutto è passato e passa attraverso il modus operandi al ribasso italico, coi disastri che conosciamo.)

Ecco perché oggi ci ritroviamo all’ennesima “apertura” che sa di ennesimo liberi tutti; ecco perchè se la Cei rompe (la Cei, non il Papa) bisogna assolutamente che ripartano le messe (ci siamo già dimenticati di quanto siano state potenti come focolai le cerimonie religiose); abbiamo già messo da parte scienziati ed esperti, dalle cui labbra pendevamo fino all’altro ieri. Bisogna rimettersi in moto il più in fretta possibile, tanto il numero dei morti non è più così importante, facciamo pure finta che sia passato il peggio, basta parlarne meno al tg, basta tornare a riempire le giornate con le minchiate di Renzi e Salvini.

(Vi risparmio il discorso, ahimé ormai retorico anch’esso, dell’importanza omnia dell’economia e della mancanza totale di riflessione sul nostro modello di vita e sviluppo, che di fatto favorisce le pandemie).

Dopo aver affrontato un’emergenza senza precedenti con un sistema sanitario prostrato da anni di tagli e cattiva gestione, continuiamo, imperterriti, a non aprire gli occhi sulle cose veramente importanti.
Riapre tutto, riaprono i bar, i parrucchieri, gli estetisti, le spiagge.
Solo una piccola, insignificante cosa è stata dimenticata: la scuola. Ché tanto non ve n’è bisogno, al massimo i bambini e i ragazzi fanno tutto da casa. Tralasciando che la scuola non è solo il luogo dell’apprendimento, ma ha un ruolo di socializzazione importantissimo (ce lo ricorda Cacciari oggi sulla Stampa), vorrei porvi una domanda da sessanta milioni di doppi dollari: oltre alla sanità, qual è l’altro settore che è stato praticamente messo in ginocchio da anni di tagli e mancato rinnovamento? Spoiler: l’istruzione.
Andiamo avanti con la retorica della scuola da casa, quando ci sono zone d’Italia che non hanno mai conosciuto una connessione wifi, ci sono edifici scolastici che cadono a pezzi, e chi si può permettere le video lezioni è una minoranza di studenti italiani, spesso residente nelle grandi città o che ha la possibilità di frequentare i migliori indirizzi.

Ma va bene così.
Apriamo tutto («smarmelliamo», direbbe un personaggio di borisiana memoria).
Chi temeva (come me) la cattiva memoria degli italiani, può stare sereno: abbiamo già dimenticato, e a pandemia non ancora finita!

Cambieremo.
Certo, in peggio (l’accoglienza social di Silvia Romano dovrebbe darcene un indizio).

Per una volta tanto mi piacerebbe vedere un capo di governo o di Stato italiani tenere il polso fermo di fronte alle continue lamentele, andare in tv e dire la verità: che l’Italia è un disastro, e se lo è la colpa è degli italiani. Che devono smetterla di prendersela con la politica (di fatto non ha più alcun potere) e cominciare a guardarsi allo specchio (e pagare le tasse).

Durante questi mesi di quarantena ne ho sentite e viste di ogni. Non c’è stato neanche bisogno di andare tanto lontano: per il mio vicino di casa la quarantena non è mai iniziata, se ne andava avanti e indietro con la macchina, in giro per trovare la sua congiunta (fidanzata), con beneplacito (o meglio, disinteresse) delle autorità locali.

All’equazione, i soliti noti, esimi filosofi, opinionisti, esperti hanno come sempre dimenticato di aggiungere un tassello importante: si cambia se c’è la volontà di cambiare. E gli italiani sono sempre stati molto bravi a piantare i piedi per evitare il vento in arrivo.
Infatti fanno schifo.