Se smettessimo di lavorare

«Le guerre del futuro non saranno combattute su un campo di battaglia, né in mare. Saranno combattute nello spazio, oppure possibilmente in cima a una montagna altissima. In ogni caso, la maggior parte del vero combattimento sarà effettuato da piccoli robot. E oggi che andrete per la vostra strada, ricordate sempre il vostro preciso dovere: costruire e mantenere operativi questi robot. Grazie.»
IL COMANDANTE ai suoi cadetti
I Simpson, S08E25 – “La guerra segreta di Lisa Simpson”

Stavo guardando un film alla tv e si sono susseguiti due spot: uno era una semplice pubblicità di un aggeggio per rimuovere la polvere dai mobili (vabbé, avete capito di cosa parlo…), l’altro una vera e propria televendita per una impastatrice (la macchinetta che ti sbatte le uova da sola, per capirci).
Mi ha incuriosito che entrambe le pubblicità avessero come concetto di richiamo il fatto che sono strumenti concepiti per alleviare la fatica della persona – si utilizzava proprio la parola fatica in entrambi gli spot.
Ho pensato: beh, si sa, da che mondo è mondo l’uomo usa il proprio ingegno per creare strumenti che possano permettergli di faticare meno. L’obbiettivo della tecnologia è esattamente questo: fare in modo che l’uomo faccia sempre meno sforzi.
Se uno degli obiettivi principali dell’uomo è sempre stato quello di demandare a strumenti sempre più avanzati le fatiche che comporta il lavoro fisico, ne consegue che la sua volontà è sempre stata quella di avere più tempo e più energie da dedicare ad altro. Di certo ad altro che non sia fisicamene faticoso.
Vediamo coi nostri occhi, lo leggiamo negli studi sempre più frequenti, che, con l’avanzare della tecnologia, oggi più che mai rampante e quasi inarrestabile, sicuramente arriverà un giorno in cui non lavoreremo più, o comunque non svolgeremo più quei lavori che sono fisicamente usuranti.

Il lavoro nobilita l’uomo”, diceva – forse – Darwin. Il verbo nobilita era probabilmente inteso nel suo senso letterale, cioè diventare nobili: più lavori e più aumenta per te la possibilità di diventare nobile, cioè che si concretizzi un’ascesa economico-sociale.
Per molto tempo il lavoro è stato collegato alla fatica fisica, e la ricompensa economica che ne derivava era legata alla quantità di sforzo che quel lavoro richiedeva. Ma abbiamo visto che da sempre l’uomo si ingegna per diminuirla, questa fatica. Perché probabilmente i suoi veri obbiettivi sono altri. La cura di sé stesso, ad esempio, la ricerca della propria interiorità, il proprio sviluppo emotivo, sentimentale, intellettivo.
L’uomo è un animale sociale”, diceva Aristotele. E se il vero lavoro dell’uomo fosse quello di coltivare le proprie propensioni sociali?

Mi chiedo: davvero siamo sicuri che l’uomo debba lavorare e soprattutto dal suo lavoro debba dipendere la sua condizione economica, e quindi di sostentamento?
Voglio dire: se il lavoro nobilita l’uomo, allora perché continua ad inventarsi tecnologie per non farlo o farlo sempre meno? Non dovrebbe, no?
L’uomo è dotato di un ingegno, di una mente complessa come quella di nessun essere a questo mondo, ed è inevitabile per lui inventare, evolversi, progredire.
Verso cosa? Verso il miglioramento. Di cosa? Di sé stesso e della società che abita.
Questo progredire, allora, include anche il non lavorare più?

[E siamo sicuri che oggi il lavoro possa ancora nobilitare l’uomo – se mai è successo? O non vediamo forse crescere ingiustizia sociale ed economica, con gavette che non finiscono mai e scalate sempre più impossibili?]

Chiaramente si dovrebbe intendere che la tecnologia serve ad annullare la fatica del lavoro, non il lavoro in sé. Ma il fatto è proprio questo: da secoli si associa il lavoro alla fatica.
E se il lavoro deve per forza essere anche fatica, allora tanto varrebbe non costruire nulla per diminuirla, se davvero pensiamo che il lavoro nobiliti l’uomo.

Abbiamo sotto i nostri occhi la prova quotidiana che forse questo mondo del lavoro staccato dalla fatica fisica è già cominciato.
Sempre più lavori usuranti sono affidati alle macchine, e crescono gli occupati nei settori culturali, dell’intrattenimento, della comunicazione.
Crescono anche i disoccupati, però. Lo risolveremo mai davvero, questo problema?
Forse che non tutti in questo mondo complicato sono e saranno in grado di lavorare?
Pensiamoci. Quei lavori che un tempo potevano essere affidati a chi non aveva particolari competenze o capacità (bastava essere un uomo con un corpo e una testa per svolgere certe mansioni) stanno sparendo, proprio perché demandati alle macchine. Alle persone non impegnate in una qualche attività lavorativa normalmente intesa – cioè come ancora la intendiamo oggi – non sarà però impossibile svolgere altre attività, e non meno importanti.
Pensiamo al volontariato, ma anche a tutte quelle cose che il tempo libero può finalmente permetterci di svolgere e che riguardano la crescita personale (che già oggi vediamo sbandierare attraverso pagine social, gruppi di autoaiuto, frasi motivazionali e spinte verso la realizzazione, spesso a discapito del contatto sociale con l’altro). Leggere, passeggiare, guardare un film o una serie tv, stare con gli altri, accudire un animale, dipingere o scrivere, fare giardinaggio, impegnarsi in attività collettive, dedicarsi ai propri figli, ad un proprio familiare malato, fare sport…
Sono attività meno nobili? Se è così, ri-chiedo: perché l’uomo, dagli albori, s’inventa degli strumenti per avere più tempo per sé?
È altresì vero – per farla breve – che le macchine non si costruiranno da sole.
Il lavoro dovà evolversi. Ci sarà bisogno di nuove competenze, ad esempio di tecnici che sappiano bene come gestire le nuove tecnologie.
[La battuta all’inizio di questo post è un riferimento ironico a questo concetto, ma I Simpson sono sempre stati veggenti – e comunque sulle guerre non hanno affatto sbagliato!]

Ci sarà ancora lavoro, ma dovrà diventare altro rispetto a come lo pensiamo ora.
Già oggi tocchiamo con mano tante piccoli e grandi contraddizioni della vita lavorativa.
Molte persone lavorano ad orari massacranti, in nome di una produzione sempre più veloce e competitiva. Bisogna produrre, produrre, produrre nel minor tempo possibile, e allo stesso tempo produrre bene, perché si deve stare al passo. Ma si sa che la quantità e la qualità non vanno spesso d’accordo…
Nel frattempo, paradossalmente, ci sono frotte di individui che non lavorano proprio. Se è vero che la produttività deve essere elevata, non la stiamo gestendo nel modo giusto, perché facciamo lavorare molto di più chi un lavoro ce l’ha già mentre un sacco di persone non lavorano affatto.
Inoltre, questo modo di vivere non è per nulla salutare dal punto di vista psicofisico.
Ce ne stiamo accorgendo tutti, non stiamo bene, e continuiamo a dirlo.
Pure i nostri politici fanno discorsi relativi a questo tema (l’ormai classico “non dobbiamo tornare quelli di prima, dobbiamo essere migliori”). Eppure nessuno sembra volersi mettere all’opera per cambiare davvero questo stato di cose. Molte persone considerano il 2020 un anno perso perché non hanno lavorato, e non vedono l’ora di tornare ai ritmi forsennati di prima.
Esiste solo il lavoro. È il lavoro che ti qualifica.
Non solo non si ha tempo di pensare ad altro, ma spesso si ha persino paura di averlo, questo tempo.

Se davvero questa iperproduttività è necessaria, perché non facciamo che accumulare scarti e sprechi? Non solo in senso materiale, di cosa si produce, ma anche di “qualità” del lavoro stesso. Pensiamo a chi lavora negli uffici con turni di otto ore al giorno, ma di fatto di quelle ore arriva a lavorarne realmente la metà. Sta seduto per ore e metà della giornata la passa al telefono o su Facebook, perché di fatto ci sono dei momenti vuoti, in cui proprio non si fa nulla. Si ha molto tempo libero al lavoro, ci si annoia, si perde tempo, perché tempo ce n’è. E ci si domanda: “Ma non posso farmelo a casa, ‘sto tempo?”
Forse allora hanno ragione gli spagnoli quanto pensano di accorciare la settimana lavorativa…

Non sarebbe meglio organizzare la vita lavorativa in modo da abituarsi ad utilizzare degnamente tutto il tempo che abbiamo a disposizione?
Perché, strano ma vero, anche questa nostra vita così frenetica ha dei punti di… niente. Come è sempre stato per l’uomo, fin dall’alba dei tempi.
Siamo pieni di momenti morti. Quante cose si potrebbero fare in quei momenti!

ringrazio la sempre preziosa Vale Gentile per la riflessione che ha dato il la a questo post 😉

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