Solitudinoia

Ed eccola di nuovo. La noialitudine, o la solitudinoia. È così sbagliato non avere niente da fare il sabato pomeriggio? C’è una bella giornata, chiaramente, e tutti – almeno stando ai social – tutti sono da qualche parte.

Nessuno risponde ai miei messaggi o alle mie telefonate – sono comunque poche cose, anche perché io stesso mi rendo conto di poter apparire totalmente inadeguato e rompiballe. Quindi mi ritrovo di nuovo sul divano, a non capire bene se continuare a fissare lo schermo del telefono o provare a sforzarmi di leggere o guardare un film. Esiste là fuori qualcuno che ha il mio stesso problema? Che già chiamarlo problema è qualcosa, di fatto non dovrebbe esserlo: il tempo libero, così a lungo, così spesso, è fortuna, un lusso che nell’800 ci avrebbero invidiato. Eppure oggi sei un fallito se non hai nulla da fare, mentre sei una persona realizzata, di successo, se hai il tempo pieno di impegni e non ti si trova mai perché corri da una parte o dall’altra.

Non esiste – probabilmente – un sistema di vita che mi renderebbe soddisfatto, dato che non esiste, in questo tempo, la mezza via: o ti muovi senza mai fermarti, o stai fermo senza mai alzarti. La corsa non fa per me, ma nemmeno lo stare fermo. La prima mi porta allo sfinimento, al perdermi da qualche parte con la paura costante di non riprendermi più. Il secondo mi fa sentire solo, inutile, col costante bisogno di avere qualcuno accanto con cui parlare.

Chi pensa che ai solitari piaccia sempre stare da soli sbaglia: siamo comunque persone, e ogni tanto il contatto umano ci serve, ne abbiamo bisogno e a volte fa talmente male sentirlo che vorremmo tanto urlare alla finestra: «Ehy tu! Ascoltami, ti prego! Sono qui, sto aspettando un tuo contatto, un tuo pensiero, una tua parola». Invece non arriva mai nulla. E ti ritrovi a cercare – ancora una volta – in te stesso la magra consolazione di una compagnia tutta interiorizzata. O semplicemente ad aspettare che il tempo trascorra, che passi un’altra giornata monotona in attesa di momenti migliori. Che difficilmente arriveranno, eh.

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