B-C

Stasera era diverso. C’era qualcosa di diverso. No, il silenzio, il vuoto era sempre quello. Non aveva oggettivamente qualcosa di alterato, ero io che probabilmente lo ero. Non arrabbiato, scocciato. Solo, spaesato. Spaesato in un luogo che conosci da più di 30 anni, che vivi da più di 30 anni. Deve essere stato qualcosa che ho letto, qualcosa che ho visto. Che mi ha influenzato, ha mutato la mia percezione. Trent’anni sono tanti, anche quando fai finta di niente.

Ho sterzato per raggiungere la ciclabile, ne sarei sceso poco dopo. Il viaggio ha richiesto più tempo del previsto, perché poco davanti a me una Peugeot bianca ha fatto manovra per tornare indietro. Un pentito, probabilmente, qualcuno che ci ha voluto provare ma ha capito subito che non ne valeva la pena.
Ho rivisito il pandino bordeaux di pochi minuti prima, anche lui in uscita dal mondo piccolo. Ho girato anche io, sono tornato indietro, sulla strada, per svoltare a sinistra, verso casa tua. Non mi sono avvicinato più di tanto, come del resto faccio spesso. È sempre tutto chiuso da te, le finestre con le tapparelle verdi sono la mia unica vista quando guardo la casa.

Ho sterzato bruscamente, e stavolta per poco non cadevo, solo per avvicinarmi ad un gatto bianco e nero che se ne stava in mezzo alla strada, padrone della notte. Non molto amichevole, non con me almeno, nonostante abbia tentato un approccio leggero, mite. Ma forse non era abbastanza mite: perdonami gatto, non avevo voglia di rallentare i miei movimenti e alleggerire la situazione così tanto da permetterti di fidarti e avvicinarti.

[Mi sono reso conto che ciò che scrivo è frutto di una elaborazione successiva, che non potrà mai restituire davvero il sentimento. (Un po’ come quando vorrei filmare ciò che vedo, che mi sembra così affascinante, e poi quando lo rivedo registrato appare così banale). Ci vorrebbe una macchina, un’app che ti permetta di scrivere quel che provi proprio mentre lo provi. Sarebbe ovviamente fonte per un qualche romanzo distopico].

Da via Giotto a via Einaudi è tutta dritta, tolti gli stop. Non l’avrei comunque fatta in modo regolare, infatti ho girato a destra vicino al parco “delle feste”. Sperando di vederti, chissà. (Ammetto che per un attimo ho sognato mi chiamassi mentre mi allontanavo).
In via Einaudi mi è passato di fronte un vecchietto in bicicletta. Alle 11 e mezza di sera. Quello sono io che mi dó un’anticipazione delle puntate future.

C’è puzza di merda stasera. Come devono pensarla, e magari dirla, quei ragazzini, 20 forse, che al parchetto se ne stanno come tutte le sere di questa estate infinita?
La puzza devono averla sentita anche quei due giovani, lei e lui, che si incamminavano per il vialetto quando sono passato presso il parco Arcobaleno (sì, questo posto è pieno di parchi). Lui con la felpa grigia e il cappuccio a mo’ di rapper. Sei giovane davvero, non hai trent’anni, giusto? No perché non si capisce più bene…
La puzza può fare schifo, quando ci fai l’abitudine dici solo che è puzza. Ne senti dovunque, in questi luoghi terreni e piatti, da quando sei nato. Non significa, ovviamente, che ti piaccia, ma ci hai fatto l’abitudine.

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