Recupero

Anche questa volta Kayla aveva evitato il precipizio. Ma il salto si era dimostrato più arduo del previsto, e quando si rialzò da terra la gamba aveva ricominciato a dolere.
«Dannazione a te, Cris» disse tra sé, «nuovo gel curativo un cazzo! Che roba mi hai spruzzato stavolta?!».
Cris era il medico di bordo, un ragazzetto di 19 anni che era lì perché tutti dicevano fosse un genio (del resto come si può definire un tipetto pelle e ossa che si laurea col massimo a 13 anni?). Era giovane, sacrificabile, soprattutto, un po’ come tutti loro in quelle missioni.
Kayla aveva ormai 30 anni, ci aveva fatto l’abitudine a sentirsi quasi come carne da macello per le missioni della Compagnia. Non ci faceva più caso, non protestava più come quando a 20 anni la mandavano a lanciarsi da 10 km di altezza verso il pozzo di fuoco di un qualche mondo alieno. E, col senno di poi, a cosa sarebbe servito protestare, anche allora? «Questa è la vita che hai scelto, prendere o lasciare». O lasciarci le penne, aggiungeva sarcastica ogni volta.
Ma andava bene cosí. Avventurarsi in mondi extraterrestri non era per pappemolli e protestatari di ogni ora.
La sua vita, inutile dirlo, le piaceva, le era sempre piaciuta. Dolore alla gamba o meno.

Ora si trovava di fronte ad un largo portone di pietra e legno.
Che cliché, pensò. Sarebbe quasi una missione come tante altre, una palla mortale. Non fosse che questo giro dentro quel portone non c’era un antico reperto di una civiltà estinta da millenni, né una risorsa mineraria capace di salvare indigeni incompetenti per i prossimi 500 anni. Là dentro c’era una cosa che per Kayla aveva un valore molto più… personale. E la Compagnia, infatti, si sarebbe incazzata non poco.
Sì avvicinò al legno massiccio e abbastanza decomposto di quell’immensa struttura, alla ricerca di un modo per aprirla. Lo vide: un piccolo dispositivo nascosto sotto una crepa, in basso a sinistra. Tirò fuori i guanti di metallo leggero dalla tasca e li indossó. L’orecchio sinistro emise un bip, e il visore radar si materializzó velocemente dinnanzi al suo occhio.
«Eccoci ancora, che noia questa parte». Lo avrebbe detto, non fosse che quella non era una missione come le altre. Non poteva permettersi errori.
Il visore indicò alcuni numeri che solo lei capiva, e che la aiutavano ad orientare la mano dentro la crepa. Cercava ovviamente la serratura. Valli a capire ‘sti alieni come hanno messo su ‘sta cosa.
Di solito c’era uno schema, c’era sempre. Bastava che il visore, a contatto con il tocco della sua mano, confrontasse ciò che sentiva al tatto con tutte le migliaia di combinazioni storiche già registrate nell’archivio della Compagnia, e il gioco sarebbe andato avanti da sé.
«Arriverà il giorno in cui troveremo qualcosa che l’archivio non ha in memoria». Poi, però, il pensiero la atterrì, e il suo cuore quasi si fermò.
«Fa che non sia oggi quel giorno. Non DEVE essere oggi!».
Qualcosa scattò e il portone si aprì. Kayla emise un sospiro.

Davanti a sé non c’era molto: uno stanzone di pietra circolare con al centro una strana struttura piramidale che emetteva fasci di luce bluastra. E all’interno di questi fasci, quasi come sospeso in aria, addormentato, c’era lui.
Il bottino. Il suo bottino. Kayla si avvicinò alla struttura lentamente, stando attenta che attorno a sé non sbucasse qualche elemento improvviso e inaspettato. Le cosiddette trappole, o meglio quelle che una volta chiamavano trappole. Ricordava quella e altre parole antiche e francamente ridicole dai file di Indiana Jones che le avevano fatto vedere a scuola, da bambina. Fare lezione sulle avversità dei mondi alieni paragonandoli a scenografie di vecchi film di due secoli prima non era ancora stato cancellato dal programma di base. Lo facevano studiare anche ai coltivatori che crescevano in quei giorni, pur sapendo che non avrebbero mai visto né un solo alieno, né un solo mondo che fosse così diverso da Casa.

La figura all’interno del fascio di luce si mosse. Aprì gli occhi lentamente, svegliandosi. Riconobbe la donna che si stava avvicinando.
«O Cristo santo, sto ancora sognando!». E fece per richiudere gli occhi.
«Ci sono, ci sono, coglione», disse Kayla, lo sguardo concentrato a terra e alle pareti di roccia, mentre stava attenta a dove metteva i piedi, e intanto il suo occhio osservava i dati del monitor.
«Non può averti mandata la Compagnia. Non dirmi che l’hai fatto davvero…»
«Certo che non mi hanno mandata, che logica! Adesso sta zitto o ti lascio qui», rispose lei.
Kayla era quasi presso la piramide, e poteva ora vedere chiaramente il volto dell’uomo. Aveva qualche ferita alla fronte e alla guancia. Per il resto sembrava stare abbastanza bene, solo un po’ tramortito. I suoi bellissimi occhi chiari le dicevano che era tutto ok.
«Avanti, sono stufo di levitare. Credono che sia figo, che ai prigionieri faccia piacere, li faccia sentire… non lo so… degli angioletti?».
«Non sanno manco cosa sia un angelo. Aspetta un minuto».
Kayla aveva notato una piccola apertura in basso, poco al di sotto della piramide, quasi nascosta. L’aveva segnalata anche il radar, ma in realtà l’aveva notata prima lei, con la coda dell’occhio.
Qualcosa non andava.
Di solito era tutto molto semplice: trappole ovunque, arrivi al bottino, lo prendi e vai. Umano o oggetto materiale che sia. No, troppo facile.
Che cliché.

Kayla si inginocchió e zoomò col visore per vedere meglio cos’era quella roba.
«Aaah, c’è il trucco qui!», esclamò.
«Ma insomma, cosa stai aspettando? Sono qui, io!», si fece sentire lui.
«Sta zitto, tu, arrivo!». Toccò un pulsante rosso, se ne accese subito uno verde a fianco, che non sarebbe stato visibile fino ad un attimo prima, era ben mimetizzato nella roccia. Kayla premette anche quello. Un rumore strano provenne dall’alto, dalla sommità della piramide. I raggi cominciarono a sfrigolare.
«Che cazz…» stava dicendo lui, ma non fece in tempo.
«Ci vediamo, è stato bello conoscere uno che non esiste», disse Kyla.
Davanti ai suoi occhi, l’uomo scomparve, risucchiato dai raggi blu che si restrinsero velocemente. Nessun grido. Scomparve e basta.
«La trappola. Che stronzata», disse Kayla.
Dietro di lei si aprì una parete di roccia. In una nicchia al suo interno stava, sdraiato a terra e addormentato, sempre lui, che però non era il lui di prima. Quello era il vero lui.

Kayla si avvicinò, stavolta velocemente. Sapeva che da lì in poi sarebbe stato più facile. Si chinò su di lui.
«Bell’addormentato, un bacio non te lo do, ti svegli da solo!».
Lui aprì gli occhi, di nuovo. Stavolta erano gli occhi veri. La vide e ne rimase stupito.
«Che diavolo succede? Perché sei qui? Ti sei completamente rincoglionita?»
«Buongiorno anche a te, Capitano. Come lo vuoi il caffè?», disse Kayla.
Lo aiutò ad alzarsi. Non camminava bene, per cui gli permise di mettere un braccio sulle sue spalle per poter procedere, con calma.
«Oggesù! Questa è bella!», disse lui guardandosi attorno e poi guardando lei. Un sorriso amarognolo gli si formò sulla bocca. Sospirò e riprese a guardarsi attorno.
Mentre si muovevano verso l’uscita, notò la struttura piramidale dove poco prima levitava il suo doppione.
«Videotipi. Ancora con queste cagate! Glielo abbiamo insegnato noi come farlo, pensano che ci caschiamo?» disse Kayla.
«Le trappole qua non sono pensate per noi, perché noi semplicemente non dovremmo stare proprio qui», fece il Capitano.
«Sono d’accordo», rispose lei, sarcastica.
«Cazzo, Kayla, ma perché? Devi essere impazzita del tutto. Eri già scema, ma non pensavo fino a questo punto. Mi dovevi lasciare qui, la Compagnia ti ammazzerà», fece lui, brusco.
«Non so se gli conviene, sono la migliore. Di te possono anche fare a meno, di me no di certo», ribatté lei, ignorando la sua preoccupazione e continuando a procedere verso l’uscita con lui al fianco. La gamba aveva ricominciato a pulsare.
«Territorio proibito, recupero di un disperso non civile non necessario. Hai scordato le elementari?», pareva sempre più arrabbiato man mano che si riprendeva dal sonno indotto.
Lei tacque, ormai l’uscita era a due passi.
«Si può sapere perché l’hai fatto?», chiese il Capitano.
Kayla si fermò, obbligando anch’egli a farlo. Lo guardo profondamente, il viso impassibile.
«Perché ti amo, coglione».

Un boato assordante dal cielo.
Il soffitto di roccia esplose, tanti pezzi caddero giù. Kayla e il Capitano erano a terra, si coprivano le teste con le mani.
Polvere e detriti impedivano una visione lucida della situazione. E anche l’udito era fuso, a seguito dell’esplosione.
Un rumore di un mezzo aereo in ingresso nell’area indicò l’arrivo di una nave spaziale.
Quando avvertí che le rocce non stavano più cadendo a frotte, Kayla, stesa a terra di pancia, si voltò rapidamente sulla schiena. La prima cosa fu avvertire il ritorno del dolore alla gamba, cosa che le fece digrignare i denti. Il gesto automatico di estrazione della pistola non poteva essere compiuto, semplicemente perché non si era portata una pistola. Pianeta non armato classe B2, solo utensili, trucchi mentali e scariche elettromagnetiche. Una pistola non si portava mai in questi casi.
Che cliché.

«Questi sono loro?», chiese Kayla urlando, e non aspettandosi una risposta.
Dall’alto, non si capiva bene dove, una voce amplificata da un megafono tuonò:
«Racat numero matricola 719cim, nome: Kayla Pervadi; Capitano Marco Nicolesy…»
«No, peggio», fece il Capitano a Kayla.
«La Compagnia Interplanetaria vi dichiara in stato di arresto per violazione del codice 721 della legge sulla convivenza pacifica», tuonò, e concluse, la voce divina.
Il Capitano Nicolesy, da terra, non poté che squadrare Kayla, sdraiata poco lontana da lui, severo.
Kayla non poté che tirar fuori quel suo solito ghigno insolente.
Stava naturalmante pensando che fosse tutto un grosso, noiosissimo cliché.

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