senza titolo

Mi immagino un sogno sereno. Non colpito
da un risveglio brusco, lampante, una luce accecante.
Solo un respiro, aria fresca e pazienza.
Attimo dopo attimo, con serena lentezza.
Non più accavallarsi di paure e ansie
e dolori allo stomaco,
sentendo qualcosa di irrimediabile e pericoloso.
Qualcosa di minaccioso, no, solo l’aria e il verde,
la calma e l’interiore.
Non voglio l’infinito, voglio il momento su una sedia, ad
osservare la calma, a farla mia,
abbracciare un senso nuovo, fresco, accogliente, che
mi vuole bene.
Che pensa a coccolarmi, ma non a viziarmi,
che mi dà il fiato e il nutrimento di cui ho bisogno.

Poi spetta a me,
spetta a me sganciarmi e partire, o ripartire
dopo l’ennesima caduta lancinante.

Il dolore mi seguirà, sarà mio compagno,
ma non lo temerò. Sarà mio ospite, sarà a me devoto,
non lo ignoreró, ma non sarà il padrone di casa.
Lo tratterò con rispetto, come lui tratterà me.
Cammineremo insieme, e poi si vedrà;
chi seguirà i passi, la via dell’autoperdono.

Ricucirsi le ferite, comprendere, respirare di nuovo,
di nuovo riprovare.
Non si finisce mai.

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