schermo. Una storia d’amore

Questa “storia” parla di te. E forse anche di molte altre prima, ma principalmente di te. Tu non mi conosci. Io non ti conosco, non fisicamente, almeno. Ti vedo ogni giorno sullo schermo, e mi piaci.
Mi piace come appari, chiaro. Non so davvero chi sei. Mi limito ad immaginarlo. Dalle foto che pubblichi, dalle smorfie e dai baci sulle guance alle tue amiche, dai tuoi vestiti scollati e i bicchieri in mano.
Potrei dire che mi stai simpatica, che ti trovo interessante, che mi fai tanto sorridere e anche ridere di gusto, a volte. Ma lo direi di una cosa non viva, di un’immagine, appunto, di un aspetto, che forse non è tutto te, ma solo una parte, anzi sicuramente lo è.

Quando ti piace la foto di un fiore, ti piace il fiore o la foto? Quando guardi un tramonto scattato da una fotocamera del telefono, riconosci e ami la luce e il colore rosso del sole di quel tramonto, o pensi a quanto ci è voluto per fare quella foto, in che posizione si è messo il fotografo, quanto ha dovuto aspettare?

Allo stesso modo, io vedo una tuo foto e vedo il fiore, vedo il tramonto, non vedo la macchina, né le prove che hai fatto per metterti in quella posa. Penso che, nonostante tutto, ci sei comunque tu, e anche se non è tutto, mi basta questo, in quel momento.

Ho fatto una cosa brutta (più volte). Ho salvato le tue foto. Le rivedo ogni giorno, e sorrido con le tue smorfie.
Forse qualcuno potrebbe considerarlo romantico, io per un po’ lo considero semplice appagamento. Poi mi sento in colpa.
L’amore cos’è, se non appagamento dei sensi? O almeno, quello che arriva per primo, poi si invecchia e si imbruttisce.
Le foto le cancello.

È brutto amare qualcuno che non si conosce. È brutto scrivere “amare” per chi non si conosce. Strani questi tempi, in cui ci innamoriamo di una immagine di qualcuno che non incontreremo mai.
Ci basta questo? A me basta?

No, non più.
Ho deciso che voglio incontrarti.
Ho deciso che voglio vedere se davvero sei tu, e se non lo sei, cosa manca a completare il quadro.
Ti prometto che cercherò di capire, di riempire con il contenuto che non avevo neanche considerato. Devo farlo valere, questo viaggio.
Se suonerò alla tua porta, tu mi aprirai?
E come mi presenterò? «Ciao, tu non sai chi sono, ma io sì. O almeno in parte. E so che sono stupido, ma ti amo. O amo quella parte.».
No, che schifo.
Porterò dei fiori.
Bah, dei fiori? Oggi? Ancora? Be’, perché no?
Cioccolatini? Nelle foto fai sempre ironia sul fatto che mangi troppo (non lo vedo affatto, sei perfetta, anche quella poca ciccia che ti dà fastidio ti dona. E comunque chi sono io per giudicarti?).

Porterò me. Già sarebbe un mezzo miracolo. Non ho pensato a quanto potrebbe essere difficile partire per una mezza sconosciuta.
Ma io ti conosco, sono sicuro che quel poco (niente) che so, sia sufficiente a giustificare questo viaggio.
Tu mi aprirai la porta? Mi lascerai entrare? Lascerai che conosca quello che manca?
Lascerai che ti deluda e tu deluda me?

Sono così orgoglioso da pensare che basterà la mia presenza, la mia voglia di conoscerti, a spingerti a voler fare lo stesso. Noi maschi facciamo così. Pensiamo basti sentire qualcosa perché l’altra provi quel che proviamo noi.

Questa storia d’amore inesistente, ancora non cominciata, chissà se mai comincerà. Potrei lasciarla qui, sullo schermo del telefono, e farla finire con il tempo e la stanchezza dei miei occhi. Passare al prossimo profilo che mi faccia sentire un pochino vicino a qualcuno, meno solo.
Oppure potrei…
Ma tu risponderai?

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