Perché.

Un post su Instagram del profilo delle Sardine: una scritta grande su sfondo leggermente sfocato che illustra una scena da “movida”, tante persone ammassate all’esterno di quella che sembrerebbe una tipica via storico-commerciale italiana. “PERCHÉ?”, recita la scritta.

Premessa.
Siamo tutti stanchi, chi più chi meno. Molti di noi sono ancora, per lo più, abituati (fortunatamente) a quel senso di contatto, di voglia di stare insieme, che questa quarantena ci ha praticamente tolto. Quando usciamo, soprattutto se siamo con altre persone, soprattutto se sono amici e sentiamo per loro sentimenti più o meno forti di vicinanza, di affetto, è normale, direi, lasciarsi andare: a risate, abbracci, battute, e perché no, a tocchi. È umano, e comprensibile. E questa cosa deve continuare ad essere.
È giusto che facciamo fatica, molta fatica, a non tenerci per noi queste cose, a non esprimerle. Manco ci pensiamo, quando siamo insieme, ci scappa e basta di farlo, perché, nonostante tutto, siamo ancora umani. E questo è bello, e sacrosanto. Per cui, prima di colpevolizzare, capiamo che anche le persone di buon senso non possono sempre resistere a questa frenesia della vicinanza, dell’umano.

Quel “perché” delle Sardine, però, chiaramente si riferisce ad altro (e basta leggere quanto scritto sotto l’immagine).
Perchè.

Ormai da mesi, diciamo pure da quando è iniziata questa storia della quarantena, abbiamo potuto tastare quanto fosse difficile per molte persone rendersi conto della gravità della situazione, e sopratutto accettare le costrizioni cui tutti siamo imposti da tempo. Già allora si sarebbe dovuto parlare non tanto del problema dell’accettare o meno le nuove regole di convivenza, atte al contenimento della pandemia, quanto della capacità di moltissimi individui di non rendersi proprio conto del problema.
Ho visto e sentito persone che andavano al bar senza avere la minima idea di quello che stava succedendo, e quando si faceva presente la situazione, cascavano dal pero come se non avessero mai accesso la tv, o letto un giornale, o un sito web.

Qua non stiamo parlando di credenze errate, di complottismi, di incomprensione. Stiamo parlando del fatto che là fuori ci sono un sacco di persone che proprio non si rendono conto… di nulla. Non della pandemia, non della quarantena, non dei danni economici che affronteremo: non hanno proprio capito niente, in generale.
E non capiranno, chiariamolo (e accettiamolo).

Perché? Perché abbiamo tirato su 2-3 generazioni (sì, non sono tutti giovani e giovanissimi quelli che si comportano male) di analfabeti funzionali il cui scopo è arrivare alla fine della settimana per potersi andare a stordire di alcol e droghe il weekend, e poi ricominciare da capo il lunedì successivo. Ci si diverte così, oggi, anzi: questo è il massimo a cui molte persone aspirano, ed è colpa di tutti se così è.
È colpa dei modelli sbagliati inculcati alle persone in 30-35 anni di perpetrarsi di edonismo ed egocentrismo anni ’80 (che hai voglia a dire «gli anni ’80 sono finiti», veniamo da un decennio che li ha fatti risorgere!); è colpa della superficialità e disattenzione con cui le famiglie italiane hanno cresciuto la prole, giustificando con l’ormai classico «sono ragazzi, se fanno qualche errore è normale», quando in realtà si voleva solamente sfuggire alla responsabilità di averla, questa prole.

Non c’è il collettivo, non esiste la comunità, per molte di queste persone. Esiste solo IO, l’adesso, il momento, il perdersi per non arrivare a pensare, che fa troppo male.
Non stupiamoci per questo. Non dobbiamo stupirci, perché qua stiamo assistendo alla resa dei conti: questa pandemia, con un senso dell’umorismo tutto suo, ci sta mettendo di fronte (finalmente!) a quello che siamo stati e che siamo.

La vera domanda non è “perché”, ma semmai: quindi?
Cosa vogliamo fare? E non intendo adesso, intendo dopo.
Con quale modello vogliamo sostituire quello che ci ha portati qui? Perché va sostituito, penso sia chiaro ormai.

Mi sembra non ci sia neanche stavolta (siamo pur sempre in Italia!) un solo pensiero su quello che sarà, o che potrà essere. Il fatto stesso che si pensi di mandare dei volontari (dei cazzo di volontari! Aridaje col dare responsabilità enormi a persone NON PAGATE), dei comuni cittadini, a “tenere a bada” la categoria sopracitata, mi sembra il segnale di come, anche stavolta, non ci sia la benché minima intenzione di progredire, o anche solo pensare di progredire.
Perché ok, questi individui, giovani e meno giovani, saranno anche quelli dell’io e dell’adesso, ma, in un modo diverso, lo sono anche i nostri governanti, figli anch’essi di tempi di vacche grasse e sprechi senza fine. Che ci hanno portato qui.

Forse, e dico forse, avremo bisogno di un conflitto. Quello che ci sta aspettando da anni e che è l’unico che rischia di scoppiare davvero: un conflitto culturale tra una parte della popolazione cresciuta con questo modello edonista, discendente da decenni di non-pensiero, e una parte (che attualmente vedo molto più debole) composta da chi gli si vuole opporre col pensiero, la ragione e (parolina magica) il buon senso.
Se ancora ne è rimasto.

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