No, non è una guerra (e francamente avete un po’ rotto)

Scriverò poco di veramente mio. Preferisco appellarmi alle parole altrui.
(I grassetti, invece, sono per lo più miei).
Cominciamo dalla Treccani:

guèrra […] Conflitto aperto e dichiarato fra due o più stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi; nel diritto internazionale è definita come una situazione giuridica in cui ciascuno degli stati belligeranti può, nei limiti fissati dal diritto internazionale, esercitare la violenza contro il territorio, le persone e i beni dell’altro stato, e pretendere inoltre che gli stati rimasti fuori del conflitto, cioè neutrali, assumano un comportamento imparziale.

Su Wikipedia, invece, leggo:

Per guerra si intende un fenomeno sociale che ha il suo tratto distintivo nella violenza armata posta in essere fra gruppi organizzati. Nel suo significato tradizionale la guerra è un conflitto fra stati sovrani o coalizioni per la risoluzione, di regola in ultima istanza, di una controversia internazionale più o meno direttamente motivata da veri o presunti (ma in ogni caso parziali) conflitti di interessi ideologici ed economici.

[…] Nel diritto internazionale, il termine è stato sostituito, subito dopo la seconda guerra mondiale, dall’espressione “conflitto armato”, applicabile a scontri di qualsiasi dimensione e tipo.

Ora, io domando:
vedete forse aerei in aria lanciare bombe?

Vedete case distrutte e soldati in giro coi fucili che sparano alla gente?

Vedete nazioni l’una contro l’altra? (A me pare giusto il contrario, per certi versi una dimostrazione così grande di solidarietà tra nazioni non si era mai vista, nella storia recente).

Vedete giovani costretti ad andare al fronte contro il proprio volere?

Vedete morti (ammazzati) per le strade? (Le file davanti ai supermercati non possono considerarsi tali).

Un articolo di Anna Maria Testa spiega (molto meglio di me) questo utilizzo del termine “guerra” per “incorniciare” (la Testa utilizza proprio questo termine) la situazione attuale.
Prendo in prestito alcuni passaggi significativi:

“l’emergenza Covid-19 è quasi ovunque trattata con un linguaggio bellico: si parla di trincea negli ospedali, di fronte del virus, di economia di guerra”.
[…] la metafora del paese in guerra è rischiosa nell’emergenza che stiamo vivendo perché “parlare di guerra, d’invasione e di eroismo, con un lessico bellico ancora ottocentesco, ci allontana dall’idea di unità e condivisione di obiettivi che ci permetterà di uscirne”.
Lo psichiatra Luigi Cancrini ribadisce concetti analoghi […]: “La guerra è il tempo dell’odio. In guerra per sopravvivere si è costretti a uccidere l’altro”, dice. “Invece questo di oggi è il tempo della vicinanza e della solidarietà”.
E il sociologo Fabrizio Battistelli, […] sottolinea che “è sbagliato mettere sullo stesso piano due fenomeni – l’epidemia e la guerra – la cui essenza è diversa. Ciò emerge nelle due distinte azioni del contrasto e della prevenzione. Mentre nel contrasto epidemia e guerra hanno vari punti di contatto (giustamente l’ideatore del ventilatore multiplo ha parlato di ‘medicina di guerra’) l’azione di prevenzione è diversa e per molti versi opposta”.

Testa analizza poi tutte le possibili cause psicologiche che ci inducono (noi e i media) a trattare la pandemia come una guerra (per questo vi invito a leggere l’intero articolo). La conclusione è una sola:

Pandemia. Pericolo globale. Tragedia collettiva. Difficile emergenza (come dice il presidente Mattarella). Tempesta che smaschera le nostre false sicurezze (come dice papa Bergoglio). Ciò che riguarda il Covid-19 è tutto questo, ma non è una “guerra”.
Questa non è una guerra perché non c’è, in senso proprio, un “nemico”. Il virus non ci odia. Non sa neanche che esistiamo. In realtà, non sa niente né di noi, né di sé. È un’entità biologica parassita.
Non è una guerra e dunque è tremendo e inaccettabile che per “combatterla” muoiano medici e infermieri: non sono “soldati” da mandare in “battaglia”, pronti a compiere un “sacrificio”. Usare il frame della guerra per implicare, insieme all’eroismo, l’ineluttabilità del “sacrificio” è disonesto e indegno.

Per quanto mi riguarda, non trovo affatto una novità l’utilizzare termini, assolutamente inadeguati, per descrivere una situazione che spesso non ha nulla a che vedere col vero significato di quegli stessi termini. Per anni ho sentito ripetere le parole “scossa” e “terremoto”, utilizzate, ad esempio, in ambito politico ed economico (e spesso per vicende marginali): il solo sentirle mi causava un brivido, perché le collegavo alla vera scossa, al vero terremoto, quello da me vissuto nel maggio 2012.
Fidatevi, non vorreste sentire questi termini continuamente.
Se poi utilizzati in contesti che non c’entrano nulla, sono anche causa di estremo nervosismo.

L’impressione che mi faccio ogni volta che le parole vengono usate a sproposito, spesso per “esaltare” concetti, per dare loro un’aria decisamente più grave di quanto non sia la realtà, è più o meno sempre la stessa.
Se l’essere umano giunge a considerare tutto ciò che ci sta succedendo una guerra, forse è perchè tende, in questo periodo storico, a volersi dare più importanza di quanta non ne abbia davvero. Vogliamo dimostrare di valere di più di altri esseri umani vissuti e morti prima, in altre epoche, in altri anni, senza renderci conto che probabilmente siamo dei privilegiati.

Alla fine, parlare è vivere, e non a caso lui torna sempre, e sempre ha ragione, lui: https://youtu.be/qtP3FWRo6Ow.



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