Siamo ancora nella caverna di Platone

Il mito della Caverna di Platone è uno dei capisaldi fondanti del pensiero occidentale.
Probabilmente qualcuno di voi non se lo ricorda, o non lo conosce. Anche se vi rimando ad approfondimenti più chiari, ci tengo a presentavi un riassunto del contenuto di questo mito (che proviene dal settimo libro de La Repubblica, opera composta da Platone approssimativamente tra il 390 e il 360 a.C.).

Platone immagina una serie di uomini tenuti prigionieri fin dalla tenera età in una caverna, legati da capo a piedi ed impossibilitati a muoversi; l’unica cosa che possono fare è fissare la parete di roccia davanti a sé. Alle spalle, questi uomini hanno un muro, e sopra questo muro ci sono delle forme di vari oggetti, animali, piante, persone, tenute lì da altri uomini “nascosti” dall’altra parte del muro stesso. Poiché dietro al muro è posto un fuoco, la luce che questo produce fa sì che le ombre delle forme vengano proiettate sulla parete che i prigionieri sono costretti a fissare. Essendo quella l’unica attività da loro conosciuta fin dall’infanzia, i prigionieri non potranno che credere che le ombre proiettate sulla roccia siano veri oggetti, animali, piante, persone (l’effetto è arricchito dal parlare degli uomini all’esterno del muro, che i prigionieri scambiano per le voci degli animali ecc; Platone in un certo senso sta raccontando un antenato del cinema!).

Quindi, riassumendo, i prigionieri nella caverna non hanno la possibilità di conoscere la realtà, e anzi sono ingannati dalle proiezioni sulla parete, che scambiano per la vera realtà.

Ipotizziamo ora, dice Platone, che un prigioniero sia liberato e costretto (corsivo mio non casuale, ci arriveremo…) ad uscire dalla caverna. Innanzitutto, dopo aver scoperto l’inganno del fuoco e degli uomini che muovono le forme, la prima cosa che succederà sarà che il prigioniero dovrà abituarsi gradualmente alla realtà: Platone racconta della difficoltà del prigioniero di vedere la luce del sole (e di quella del fuoco in precedenza), dopo anni e anni passati nell’oscurità. Gli occhi del prigioniero, infatti, bruciano, ed egli, sofferente, inizialmente avrà l’istinto di tornare nelle ombre. Solo col tempo, con la sofferenza, il prigioniero avrà la possibilità di vedere finalmente la realtà per come è davvero, e a poco a poco vi si abituerà e imparerà ad apprezzarla (probabilmente in un modo in cui non ha mai amato la sua vita nelle ombre).

Il prigioniero liberato ha scoperto quindi la verità, e decide di tornare nella caverna per liberare gli altri prigionieri. Qui, però, Platone ci insegna che se l’illuminazione del prigioniero non è stata conquistata con facilità, anche la sua “divulgazione” non si presenterà come un’impresa facile: i prigionieri, infatti, non avendo mai avuto altra conoscenza che quella delle ombre proiettate sulla parete di roccia, alla vista del loro compagno, trasformato, in particolare vedendo i suoi occhi bruciati e quindi spaventosi, rifiuteranno di approcciarsi a lui. La temporanea inabilità del prigioniero liberato a ri-abituarsi all’oscurità dopo anni passati alla luce, inoltre, causerebbe il riso dei compagni, e la sua volontà di liberarli potrebbe addirittura spingerli ad ucciderlo: secondo la loro visione della realtà, infatti, non varrebbe la pena subire il dolore dell’accecamento e la fatica in generale per ammirare le cose da lui descritte, cose che, oltretutto, i prigionieri faticherebbero a creder vere, in quanto per loro la realtà è quella che vedono continuamente sulle mura della caverna.

Fermiamoci un attimo.

Vi invito innanzitutto a verificare con più cura di quanto non sia possibile rintracciarne qui le varie interpretazioni che del mito si sono susseguite negli anni (per non dire dei secoli): già sfogliando la voce su Wiki, troverete diverse informazioni interessanti da cui partire.

Platone, vivendo e partecipando attivamente alla vita politica e sociale del suo tempo, con questo mito aveva in mente una precisa allegoria riguardante gli eventi a lui contemporanei. Il mito è stato letto, tra le altre cose, anche come una metafora della fine del suo maestro Socrate, costretto ad uccidersi perché gli uomini al potere non erano stati capaci di vedere in lui la saggezza, anzi lo avevano criticato e considerato alla stregua di un pazzo visionario.

In effetti, il prigioniero liberato potrebbe rappresentare benissimo l’uomo che acquista l’illuminazione (la luce prima del fuoco e poi del sole), e, una volta imparata la vera natura delle cose, cercherebbe di insegnarla e tramandarla agli altri esseri umani (i prigionieri della caverna, che non conoscono la vera realtà, ma solo una proiezione di essa). Il prigioniero liberato in sostanza è il saggio, il filosofo.

Siamo tutti schiavi di una proiezione, prigionieri in una grotta in cui qualcuno ci sta illudendo di vedere la realtà, ma vediamo solamente una parte di essa, una sua versione deformata, possiamo dire fabbricata da altri uomini, che invece si trovano aldilà del muro e muovono le figure.
Il mito potrebbe essere preso come una base per tutti i complottismi (c’è un gruppo segreto di persone che ci sta nascondendo le cose, e noi ne conosciamo solamente la parte che loro vogliono farci vedere), o anche, più razionalmente, come semplice monito a non fidarci di ciò che non vediamo direttamente: cinema (le figure sono proiettate su un muro), televisione, social media oggi potrebbero corrispondere a quell’illusione di realtà che ci tiene ingabbiati, lontani dalla vera conoscenza e, quindi alla libertà.
Il prigioniero liberato è colui che “ha visto la luce”, che ha conosciuto la verità delle cose, e che ora intende tornare per insegnarla ai compagni (un topos abbastanza comune è l’immagine dell’uomo che scala la montagna per imparare la verità e poi ridiscende sulla terra per tramandarla, pensiamo a Mosè o a Zarathustra).
Platone sottolinea la fatica immane, il malessere anche fisico che questo passaggio verso la verità comporta per il prigioniero liberato: gli occhi bruciano alla luce del fuoco e poi del sole, la sua mente è incapace inizialmente di credere a ciò che ha davanti, il suo primo istinto è quello di fuggire, di tornare al buio del suo nido, la caverna. La fuga da questa è come una seconda nascita, che, come l’uscita dal grembo materno, comporta sofferenza e pianto. Ma ne vale la pena, sembra volerci dire Platone.

L’illuminato vuole poi tramandare la conoscenza ai suoi compagni prigionieri, e sopraggiunge un nuovo, grande problema: essi hanno disgusto di lui, lo deridono (anche perché fisicamente non si presenta molto bene, è sporco e ha gli occhi bruciati, ma sì sa che la sofferenza comporta anche questo…), potrebbero addirittura ucciderlo. E perché dovrebbero mai? Perché la realtà che hanno visto e conosciuto per così tanti anni non può essere rovesciata così, su due piedi da un santone strano, sporco e brutto che improvvisamente si presenta a casa nostra per dirci che vediamo le cose sbagliate e non sappiamo nulla.
Immaginate di vivere per anni con la convinzione che la terra sia piatta: come vi sentireste se qualcuno vi dicesse che non è vero, sottintendendo la vostra stupidità o per lo meno la vostra ingenuità?

Questo è uno dei motivi per cui ritengo che il mito di Platone sia ancora oggi molto attuale (ma non ha mai smesso di esserlo: in quanto mito, è adattabile a qualsiasi contesto storico): tutti noi viviamo in una caverna, convinti di conoscere le cose, ma siamo veramente sicuri di vedere le cose vere?
I nostri dispositivi, a cui siamo collegati per molte ore durante il giorno, ci riportano una visione parziale della realtà (es. su Instagram vediamo sempre la foto della bella ragazza in una spiaggia paradisiaca, mai com’è quando si alza la mattina, mai la stanchezza del lungo viaggio per arrivare in quel luogo, mai il tempo passato a trovare la posa e la zona giuste da utilizzare per la foto, mai nemmeno il tempo passato a modificare la foto con filtri e Photoshop).
Noi ci illudiamo che sia vero, ma non lo sappiamo veramente.
E anche quando c’è qualcuno che “ha visto la luce”, noi preferiamo non credergli, deriderlo, ucciderlo. Perché ci fa troppo male ammettere di esserci sbagliati, e perché ci costerebbe troppa fatica e sofferenza impegnarci per vedere le cose nella giusta prospettiva (in sostanza, tempo passato a studiare, imparare, prendere batoste, delimitare il nostro orgoglio).

Uno dei film in cui il mito della caverna è trasposto più fedelmente, anche se in una versione cyberpunk “aggiornata”, è Matrix (1999): anche qui c’è un uomo che non conosce la realtà, ma letteralmente vive in una proiezione, in questo caso un mondo virtuale creato da macchine che hanno bisogno che l’umanità resti addormentata (gli uomini vengono usati come… batterie). La realtà virtuale riporta un mondo molto simile al nostro, con città, grattacieli e routine quotidiane monotone, assai diversa dalla vera realtà, ovvero un futuro post-apocalittico in cui l’umanità deve lottare per liberarsi dall’oppressione delle macchine.
C’è però una differenza con il mito di Platone. Il personaggio di Neo (interpretato da Keanu Reeves) sceglie di prendere la pillola rossa, decide di sua spontanea volontà di uscire da Matrix, di incontrare il mondo vero, di imparare (tra le altre cose, il kung fu) e di lottare per la sopravvivenza. Nel mito di Platone, il prigioniero viene liberato, non si sa bene da chi, ma soprattutto viene costretto ad uscire dalla caverna, dalla prigione di illusioni.

Si sa che Platone è sempre stato, diciamo, poco ammirato dalla democrazia (vi consiglio la lettura di un libricino, Contro la democrazia, in cui vengono raccolti alcuni suoi pensieri sull’argomento), che per lui la politica e lo Stato in generale andrebbero amministrati da uomini saggi, non da uomini qualsiasi votati dalla maggioranza di altri uomini qualsiasi.
Neo sceglie la sua libertà, non vi è costretto. Anche lui è una sorta di illuminato, ma da quello che le sorelle Wachowski ci raccontano la sua illuminazione non avviene per una qualche mano superiore, ma per una scelta dell’uomo stesso di elevarsi e, quindi, di liberarsi (del resto, come scopriremo nei sequel, ci sono stati tanti eletti, e Neo è solo l’ennesimo tra tanti che cerca di liberare l’umanità…).

Vi invito a riflettere sul mito della caverna, rapportandolo alla nostra situazione attuale (anche seguendo i riferimenti da me indicati)… e a riguardare Matrix, che proprio in questo 2019 ha compiuto vent’anni!

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