Lo scrittore

Lo chiamavano lo scrittore.
Ma non aveva pubblicato romanzi, o saggi, o poesie. Non aveva neppure mai pensato che un giorno avrebbe potuto esserlo, uno scrittore.
Ora però si trovava, per la prima volta in vita sua, seduto ad una scrivania, una penna in mano, un foglio bianco. Lui che, ricordava vagamente, l’ultima penna l’aveva presa in mano ai tempi delle medie.
Ma tutti in città lo chiamavano lo scrittore, ed aveva pensato che fosse finalmente giunta l’ora di rendere giustizia a quel soprannome.
Non aveva avuto bisogno di chiedere a tutti i concittadini (o perlomeno ad una grossa fetta) perchè lo chiamassero così. Lo sapeva già il perché, era palese.
Un giorno era uscito di casa, era entrato al bar e Gianfranco aveva dato il via: «oh, ecco lo scrittore!». Lui si era semplicemente limitato a fare i conti velocemente: «avrà letto il post che ho scritto». Non aveva fatto in tempo a chiedere un parere, Gianfranco stava già mostrando ad altri sopraggiunti al bar lo schermo del telefonino. «Questo qui è uno scrittore nato», gridava.
Qualcuno aveva sghignazzato, qualcun altro era ammutolito, qualcun altro se ne era stato zitto e aveva continuato a sorseggiare il suo caffè.

Da alcune settimane, ad una certa ora della sera, specie dopo una dura giornata al cantiere, lo scrittore si metteva al computer, apriva internet, quel sito e poi digitava. Scriveva ciò che gli passava per la testa, senza fronzoli, con le parole che conosceva, e si era accorto che la cosa lo faceva sentire libero, lo faceva andare a letto sereno. Le giornate ricominciavano, lui tornava a casa e scriveva.
Gli avevano detto che erano tanti i concittadini presenti in quel sito, e difatti, una volta capito come funzionava, alcuni li aveva anche trovati, li aveva inseriti tra i suoi contatti. «Se tutti quanti sono qui» pensava «sicuramente leggeranno quello che ho scritto».
Eppure all’inizio, per le prime settimane, non pareva proprio che qualcuno fosse interessato a quanto scriveva. Vedeva i post di altri iscritti, e si scoraggiava nel notare il disegnino dei pollici su e i cuoricini e le faccine. Alcuni però, lo ammetteva, non erano granché comprensibili, anche rileggendo più volte l’italiano con cui erano scritti era difficile. Gente che ha studiato, si vede. Gente che vuole fare vedere che ha studiato. Io non ho studiato, ma posso scrivere.
Un giorno, tornato dal lavoro, aveva notato che un suo pensiero del giorno precedente aveva ricevuto qualche pollice. Non si era impegnato molto, aveva solo espresso il suo parere su quell’insopportabile ometto con la bella macchina e gli occhiali da sole che si recava al cantiere ogni tanto e rideva. Rideva molto, spesso verso gli operai, era sempre divertito. Doveva divertire anche il capocantiere, perché rideva anche lui quando parlava.
Da quel giorno, ogni pensiero sull’ometto aveva riscosso sempre più successo.
Ad un certo punto aveva deciso di spaziare, di dedicarsi anche ad altri, gente del paese che riteneva nessuno avesse il coraggio di chiamare per nome e cognome. Il sito lo dava a lui, il coraggio, doveva pur significare qualcosa. Sentiva in effetti di avere come un ruolo, i pollici e le faccine e i cuoricini gliel’avevano dato.
Scriveva un pensiero al giorno, pensava a cosa non gli andava, e veniva tutto da sé.
La storia dello scrittore iniziò dopo non molto. Se inizialmente era una cosa da bar, col tempo la gente iniziò ad indicarlo e salutarlo in strada fuori, durante i giorni di mercato, poi sempre in più luoghi della città, in più occasioni. Tutti avevano cominciato a parlare dello scrittore. Al suo passaggio, sconosciuti lo salutavano, qualcuno applaudiva, qualcun altro faceva battute e qualcun altro rideva. Qualcuno lo fermava per fargli domande sul suo metodo, qualcuno sull’ispirazione, ma era raro che si fermassero davvero ad ascoltare le sue risposte.
Al cantiere, dove ormai era diventato una star, si lavorava più allegri. L’ometto con gli occhiali da sole, invece, non rideva più. O meglio, non aveva riso quell’unica, ultima volta che lo scrittore l’aveva intravisto, prima che lo cacciassero dal lavoro.
Avrebbe dovuto disperarsi, al minimo dispiacersi, ma lui aveva ormai trovato uno scopo più alto. Lo chiamavano lo scrittore, e ciò egli era, per tutti e per sé.
Bastava.

Un pomeriggio d’inverno, nella piazzetta che spesso attraversava per tornare a casa, un ragazzetto insolente, che bighellonava insieme ad altri giovincelli maleducati e privi di ambizioni, i quali già in passato si erano fatti beffe del suo soprannome, aveva osato affermare: «Per essere un vero scrittore devi scrivere un libro. Tu hai scritto un libro?».
Lui non aveva mai scritto un libro, ma l’avrebbe fatto. Il ragazzetto, per quanto antipatico, aveva ragione.
Avrebbe scritto un libro, come si scrive di solito un libro, con carta e penna. Alla scrivania, come un vero scrittore. Avrebbe reso definitivo il suo titolo. E avrebbe così messo a tacere anche quelli che si prendevano ancora gioco di lui (pochi, sì, ma c’erano).
Fu difficile iniziare, fare uscire le parole giuste. Ma ricordò quel che aveva provato la prima volta che aveva premuto i bottoni delle lettere sul computer.
E scrisse. Scrisse tante pagine.

Quindici anni dopo, lo scrittore era morto.
Una vecchia signora che si occupava del suo appartamento, rimasto senza un occupante, aveva trovato il manoscritto. L’aveva messo in un angolo, insieme alle cose del defunto, e per un paio di settimane nessuno ci aveva badato.
Un giorno si presentò un giovane sui trent’anni, aspetto curato, atteggiamento molto tranquillo, quasi austero, per vedere la casa. Stava trasferendosi per lavoro nella cittadina.
Fu lui a trovare il manoscritto, fu lui il primo a leggerlo, dall’inizio alla fine.
Rise, ma solo per i primi minuti di lettura.
Poi pensò solamente che quella casa era stata abitata da un uomo molto triste e solo, e decise di cercarne un’altra in cui vivere.


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