Le due generazioni

Mi ha colpito molto un momento della trasmissione Le parole della settimana, andata in onda lo scorso sabato. Lo scrittore Massimo Gramellini ha ospitato, come di consueto per il programma, una persona comune, invitata a raccontare dei suoi problemi, relativi a difficili condizioni lavorative e sociali. Il signore, un sessantenne di nome Filippo, lamentava la possibilità di perdere il lavoro: è un operaio occupato nella realizzazione del terzo valico della TAV di Genova. Come sappiamo, nelle scorse settimane si è parlato molto di TAV, in quanto il Movimento Cinque Stelle, attuale partito di governo, in campagna elettorale ne ha promesso la chiusura.

Dice il signor Filippo a Gramellini: «Io voglio continuare a lavorare, arrivare alla pensione – gli mancano pochi anni – con dignità, perché il lavoro porta dignità». Continua dicendo che il problema non è solo suo, ma delle 2500 famiglie che contano su quel lavoro, importante anche per la comunicazione tra Italia ed Europa.
«Io non voglio il reddito di cittadinanza – altro cavallo di battaglia della campagna pentastellata – personalmente per me sarebbe quasi un’offesa. Io voglio alzarmi alle 4 e mezza, andare a lavorare, tornare stanco la sera, andare da mia moglie, darle un bacino e andarmene a letto soddisfatto».
La frase chiave è, insomma: “Il lavoro porta dignità a una persona. Senza lavoro che dignità possiamo avere?”

Fin qui non ci sarebbe nulla di assurdo o incomprensibile, anzi: rivendicazioni giuste, sacrosante, che dovrebbero essere ascoltate e comprese.

Il signor Filippo ha anche un figlio di 27 anni, disoccupato, e Gramellini allora chiede: «Per suo figlio, che è giovane, lei questo reddito di cittadinanza lo vedrebbe volentieri?»
Risponde il signor Filippo: «Per i ragazzi il discorso potrebbe essere… Perché d’altronde a 27 anni trovarsi a casa, non avere la possibilità […]. I ragazzi dicono “Bè, intanto prendiamoci questo, almeno, non lo so, una serata ce la facciamo, ecco”. È un po’ un discorso tra le nuove generazioni e le vecchie. Ma la gente della mia età vuole la dignità del lavoro».

Eh già, la gente della sua età.
Le nuove generazioni invece no, vogliono il reddito di cittadinanza. Perché le nuove generazioni sono nate senza conoscere cosa voglia dire spaccarsi la schiena dalla mattina alla sera in un cantiere, le nuove generazioni possono starsene a casa, tanto il reddito di cittadinanza le copre, non hanno un’etica del lavoro.
Davvero un gran bel giudizio, specie se rivolto da un padre verso il proprio figlio!

Il signor Filippo ha circa l’età di mio padre, suo figlio circa la mia. Mi sono immaginato mio padre fare un discorso del genere. Dire che la sua generazione è quella che ha bisogno della dignità del lavoro, mentre la nostra del reddito di cittadinanza. E mi sono sentito triste e arrabbiato.
Può darsi che il signor Filippo si sia espresso male, ma queste affermazioni sono francamente inaccettabili. Sì, perché se già conoscevo la rassegnazione di molti ragazzi della mia generazione rispetto alla prospettiva di una vita lavorativa sicura, ora constato che anche i nostri padri, i nostri genitori, decretano la nostra impossibilità non solo di trovare lavoro, ma di ottenere la tanto blasonata dignità che invece loro (solo loro), la loro generazione, hanno conosciuto, conoscono e devono assolutamente mantenere.

Ahinoi, alle nuove generazioni il lavoro e la nobilitazione che esso può dare non interessano proprio! Siamo nati così, evidentemente, siamo (stati) cresciuti così (dalla generazione del signor Filippo, tra l’altro).
Caro signor Filippo, non sarebbe stato meglio dire una cosa banale come «mi piacerebbe continuare a lavorare e andare in pensione normalmente, permettendo ai miei figli di iniziare la loro vita»? Tornando ad un esempio personale, mio padre si è messo in prepensionamento (rinunciando anche ad un fetta del guadagno pensionistico) proprio per permettere l’assunzione di nuovi, giovani lavoratori nell’azienda in cui ha lavorato per 40 anni.
Il lavoro appartiene davvero solo alle generazioni passate, e a noi spetterà un altro tipo di sistema, un altro tipo di vita non basato sulla dignità del lavoro? Oppure, semplicemente, stiamo ancora una volta generalizzando e descrivendo le nuove generazioni come sfaticate, egoiste, incapaci di adattarsi al mondo del lavoro (che, è pur vero, continua ad avere delle regole e un funzionamento per lo più novecenteschi, almeno in Italia)?

D’altro canto, lo stesso signor Filippo si lamenta della politica attuale, composta da «furbi che vanno a scuola per imparare a fregare la gente, mentre i politici di un tempo avevano la passione», e rivela di aver votato Cinque Stelle nonostante sapesse che nel programma era prevista la chiusura della TAV («sì, sapevamo, giravano queste voci…»). Questo dovrebbe darci la misura, dimostrarci che anche nella loro generazione, così tanto attenta, operosa e in cerca di dignità, si annidano quella superficialità e quell’egoismo di cui spesso sono accusati i loro figli.

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